Quegli strani movimenti bancari in Italia

Nel mirino una famiglia somala trapiantata a Roma, un sudanese e un eritreo: maneggiano una quantità impressionante di denaro e sarebbero legati a Bin Laden

da Roma

Dalla caccia all’uomo alla caccia al tesoro nel Corno d’Africa. Per tenere in piedi la holding del terrore, occorrono soldi, tantissimi soldi. L’impero personale di Bin Laden stimato in 300 milioni di euro si ricollega a un ben più vasto e complicato polmone finanziario costituito da un reticolo di imprese, banche, società di investimenti, speculazioni in Borsa, miniere, gruppi immobiliari, ditte di import/export, trasporti, alimentari, editoria, assicurazioni, alberghi, compagnie petrolifere. Ed è su questo sistema di scatole cinesi che gli 007 europei stanno concentrando la loro attenzione per neutralizzare i «forzieri» del Principe del Male concentrati nello spicchio d’Africa da dove provengono gli aspiranti kamikaze del 21 luglio a Londra, e dove le cellule integraliste si riproducono senza sosta.
Fra Corano e insider trading, il sistema economico di Al Qaida che da anni attinge ai conti correnti delle organizzazioni umanitarie islamiche, anche nei risvolti italiani si appoggerebbe alle «hawala», ovvero a una serie di artifizi finanziari privi di documentazione cartacea che permettono all’organizzazione - attraverso una rete di prestadenaro - di spostare enormi quantità di dollari senza lasciare traccia o ricevute nei canali ufficiali del credito.
Approfonditi accertamenti dell’intelligence americana e italiana hanno già portato a focalizzare l’attenzione su due network bancari, Al Taqwa e Al-Barakaat, sospettati di fungere da ragionieri e da colletti bianchi della rete di Osama proprio utilizzando il sistema di riciclaggio attraverso le «hawala» su cui Al Qaida avrebbe imposto una significativa tangente.
Nel 2001 il colosso bancario mondiale Al Barakaat sospettato di legami con i terroristi di Al Ittad Al Islamya (Unità dell’Islam) con ramificazioni in Toscana e collegamenti col centro islamico di viale Jenner a Milano, era finito sott’inchiesta dopo la pubblicazione di una «black list» di sospetti finanziatori del terrorismo divulgata dalla Cia e dopo che George Bush aveva pubblicamente annunciato che Al Barakaat era «di proprietà di un amico e sostenitore del co-fondatore Osama Bin Laden», e cioè di Ahmed Nur Ali Jim Ale, che ha negato tutto, dall’aver gestito i traffici di dollari falsi dal Pakistan all’Africa, all’aver prestato servizio presso l’ambasciata somala a Roma nel 1980.
A margine di perquisizioni e interrogatori i vertici dell’istituto s’erano affrettati a smentire legami con la «base» di Osama, spiegando che lo sportello italiano fungeva da raccoglitore delle rimesse dei cittadini somali che venivano smistate alla sede della Barakaat Bank di Dubai, e da qui depositate a Mogadiscio dove poi finivano per essere distribuite attraverso piccole agenzie locali. Adesso la storia si ripete. Gli agenti segreti rileggono con attenzione quelle carte sulla banca di Al Barakaat confrontandole con l’iperattivismo di quattro soggetti che fino all’inizio di quest’anno maneggiavano una quantità impressionante di denaro su Roma: il sudanese-inglese di Khartoum A.I.K, 45 anni, il titolare di un Internet point eritreo già «attenzionato» dalle forze dell’ordine nel 2001, il sessantunenne somalo Y.M.O. residente al quartiere Africano-Salario di Roma e il connazionale A.O.M., detto il «professore» o lo «scienziato»: tutti e quattro sarebbero soliti pianificare le loro operazioni finanziarie e di mercato in un ristorante gestito da vecchi amici di Mogadiscio. «Dall’esame di ulteriore documentazione - si legge nella nota - è emerso il nominativo di (...) coinvolto nei primi anni ’90 nella realizzazione di campi d’addestramento di Al Qaida in Somalia, in particolare nella zona commerciale del porto di Bosaso, più precisamente nella zona di Daddable, a quaranta chilometri dalla suddetta località».
Il personaggio a cui si fa riferimento nell’incartamento - e di cui si omette il nome per motivi di esigenze investigative - farebbe parte di una nota famiglia somala trapiantata a Roma «sul conto del quale l’autorità giudiziaria ha più volte indagato per il sospetto finanziamento a reti terroristiche riconducibili alla struttura del noto Osama Bin Laden». Una famiglia importante collegata ai centri di smistamento valuta di cui si accenna nell’inchiesta di Brescia su Koudsi Hicman e Mohamed Loai, impiegati del Barakaat e fondatori, con l’ex imam della locale moschea, di una società a responsabiulità limitata oggetto di approfondite investigazioni finanziarie.