Quei 150 miliardi presi ad Angelo Rizzoli imbarazzano il Corriere

L’ex proprietario del« &quot;Cor­riere della Sera&quot;, Angelo Rizzoli, venne privato del suo giornale dopo l’arre­sto. A 30 anni di distanza Rizzoli, scagionato da tutte le accuse, vuole che gli venga riconosciuto il danno subìto <br />

L’ultima cosa che vorrei fare è polemizzare con Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere del­la Sera , non solo perché siamo amici da una vita, abbiamo lavo­rato nello stesso giornale, ne ab­biamo viste di tutti i colori e condi­viso gli anni più belli eccetera ec­cetera, ma anche perché la cosa su cui non concordiamo non ri­guarda né lui né me, nel senso che parliamo di una vicenda in cui i nostri personali interessi non c’entrano neanche di stri­scio. Mi riferisco al pasticcio Rizzoli del quale il Giornale si è occupato a lungo e con una serie nutrita di articoli, e il Cor­r­iere ha comin­ciato a occu­parsi da meno di una settima­na.

Per esem­pio ieri, pubbli­cando una let­terona di Ange­lo Rizzoli e una rispostona dello stesso Ferruccio de Bortoli piuttosto imbarazzata. Il lettore si domanderà che impor­ta a noi di certe beghe fra ricchi. Il problema è che c’è di mezzo il Corriere ossia non un quotidiano qualsiasi, bensì uno strumento di informazione talmente potente da essere diventato un simbolo: chi lo possiede conta, e chi non lo possiede non può considerarsi ar­rivato, sicché tutti brigano per conquistarne il controllo. Si dà il caso che un trentina di anni fa il simbolo in questione fu scippato al padrone legittimo, cioè Rizzoli, con una manovra che definire poco chiara è ridutti­vo. Basti pensare che il suddetto Rizzoli, affinché non rompesse le scatole, fu trasferito dalla sua bel­la casa in una prigione, dove tra­scorse tredici-mesi-tredici. Nel frattempo i furbetti del salotto buono (buono per la tappezzeria e non per il resto) attuarono un piano per irrompere pres­soché gratis in via Solferi­no con tanti saluti allo stile che amano attribuirsi. Già.

Trent’anni sono pa­recchi. Quanti ce ne sono voluti alla mirabile giusti­zia italiana per stabilire che Angelo Rizzoli è inno­cente, fu quindi incarcera­to per errore, e che l’azien­da gli fu soffiata in modo disinvolto e meritevole di essere riesaminato, per usare termini gentili. La vit­tima dell’errore giudizia­rio, ottenuto il certificato di innocenza, cerca a que­sto punto di riavere quan­to gli fu tolto. Allo scopo è riuscito a far sì che la sua storia sia oggetto di un’in­chiesta parlamentare. E ora a qualcuno ballano i cerchioni perché la com­missione, dovendo fare chiarezza e stabilire chi ha torto e chi ragione, scarta­bellerà numerosi fascicoli e ascolterà tutti i testimo­ni. Il rischio è che saltino fuori cose turche e si sco­prano altarini. Ecco per­ché alcuni personaggi al­l’improvviso sono passati dalla calma dei forti al ner­vosismo dei deboli.

Difat­ti, finché Rizzoli cantava vittoria per esser uscito a testa alta dai tribunali, po­co male, era un suo diritto; ora però, avendo avviato un procedimento perché gli venga riconosciuto il danno subito, il clima in­torno a lui è mutato. Che vuole questo signore? Non penserà mica ad un inden­nizzo? È un dato che il Corriere, zitto fino a pochi giorni fa, a commissione di inchie­sta istituita ha attaccato a parlare, affidandosi - co­me è evidente - anche agli avvocati. Prima un artico­lo di Bocconi. Poi la rispo­sta di Angelo Rizzoli cui ha replicato, appunto, Ferruc­cio de Bortoli.

Da tutta que­sta roba, lo dico con rispet­to, non si capisce niente. La materia è ostica e solo gli specialisti la sanno ma­neggiare. Ma se depurata dai tecnicismi si riduce a questo. Il Banco Ambrosia­no, per effetto di un aumen­to di capitale, doveva ver­sare a Rizzoli 150 miliardi o giù di lì. L’accordo è do­cumentato. Peccato che di quella montagna di quat­trini non c’è traccia. Proba­bilmente non è mai stata versata oppure è stata ver­sata ad altri anziché al de­stinatario. Sta di fatto che l’Ambrosiano non ha uno straccio di carta per tappa­re la bocca ad Angelo che, invece, dimostra di non aver ricevuto una lira. Tutto qua. Il resto sono «ciacole». D’altronde quanto accaduto alimenta sospetti a non finire. An­che qui vado giù piatto evi­tando le tortuosità tipiche delle liti in campo civile. La sostanza è la seguente. Angelo è spedito in galera, accusato di varie nefandez­ze. L’opinione pubblica si persuade che l’editore ne abbia combinate di ogni colore.

L’azienda è pronta per andare in amministra­zione controllata. Angelo è estromesso completa­mente. Chi subentra in bre­ve tempo risana il gruppo che evidentemente era già sano, altrimenti sarebbe morto, e una volta riasset­tato viene consegnato su un piatto d’argento a Gemi­na e ai soliti ricchi bravi a fare i ricchi coi soldi degli altri, da sempre. Il concetto è semplice. I famosi 150 miliardi sono spariti. È naturale che qual­cuno li abbia intascati, ma questo qualcuno non è Riz­zoli. Chi? Il Banco Ambro­siano (che poi ha assunto altre denominazioni a cau­sa delle note vicende Calvi e soci) non ha le prove di aver pagato. È invece ac­certato che il Corriere a prezzo di realizzo sia stato acquisito da quelli che con un linguaggio suggestivo vengono chiamati poteri forti. Rizzoli, per ricorrere a un’espressione resa famo­sa da D’Alema, vada a farsi fottere. Sennonché lui non ci sta e questo fa imbufali­re il banchiere Bazoli che col Banco Ambrosiano ha avuto che fare e col Corrie­re pure. E De Bortoli? Pedala in salita che sembra Basso, la maglia rosa. Però la pren­de alla larga. Inizia dalla P2. Rimprovera a Rizzoli di essersi iscritto alla loggia segreta predisponendosi a pigliarsela in saccoccia perché quel club era pieno di mariuoli. Come dire: An­gelone caro, potevi fre­quentare gente migliore.

Farei tuttavia presente a Ferruccio che la responsa­bilità penale è personale; che la P2 non è stata con­dannata per associazione a delinquere; che Angelo Rizzoli è pulito come l’ac­qua Sangemini e che è sta­to derubato di 150 miliar­di. Lui non pretende l’aure­ola né il diploma di marti­re. Chiede solo gli sia resti­tuita la refurtiva. Se ciò non avverrà subi­to, provvederà la commis­sione parlamentare a sput­tanare chi nasconde il bot­tino.