Quei 250 Tiepolo del signor Sartorio

In un raffinato contesto, ritorna visibile al pubblico una delle più belle raccolte mondiali di disegni antichi

Una buona notizia? Sì, una buona notizia. In un’Italia che ha poco interesse per i musei (e, sia detto per inciso, non capisce che, almeno nello specifico campo del contemporaneo, le gallerie sono per l’arte quello che la vetrina è per un negozio: una pubblicità continua, uno spot permanente, che serve - eccome! - alla «merce» arte, in termini di diffusione culturale); in un’Italia, dunque, ben poco museale, nonostante ciò che dicevano i futuristi, si è riaperto un museo suggestivo e bellissimo, il Museo Sartorio di Trieste.
Il Sartorio, che era chiuso da anni, non è grande ma, per citare solo un dato, possiede una delle più importanti raccolte al mondo del Tiepolo: più di 250 disegni, esposti a rotazione nelle sale centrali. Solo New York, Londra e Firenze possono vantare un nucleo di fogli altrettanto importanti. E pensare che Giuseppe Sartorio, uno dei patriarchi dell’antica famiglia triestina cui apparteneva il palazzo oggi sede del museo, li acquistò piuttosto fortunosamente alla fine dell’Ottocento. Un certo Conti, scultore, ne aveva scovati tre in una bottega cittadina dentro una cassa piena di carte, li aveva riconosciuti come opera del Tiepolo e li aveva acquistati per pochi soldi. Il giorno dopo ne aveva comprati altri ottanta. Finché la notizia di quell’incredibile giacimento giunse alle orecchie di Sartorio che si accaparrò i rimanenti e, decuplicando l’offerta, riuscì a ricomprare anche i fogli presi da Conti.
Oltre alle carte di Tiepolo, comunque, il Sartorio raccoglie opere del Canova, vasi greci, il trittico trecentesco di Santa Chiara, affreschi neoclassici. Ma, soprattutto, fa entrare il visitatore in una sorta di camera delle meraviglie, perché possiede un curiosissimo patrimonio di arredi, soprammobili, ceramiche, oggetti vari. Molti di questi, in realtà, non risalgono ai Sartorio, ma a un’altra famiglia triestina: i Costantinides, mecenati di origine greca che dal 1999 hanno finanziato i restauri del museo, cui hanno donato le loro collezioni di arte applicata.
Ne segnaliamo alcune. Duecento scarpine sette-ottocentesche, tra cui la pantofolina veneziana in vetro con tacco spruzzato d’oro e lo stivaletto in gres con amorini svolazzanti. Ci sono poi cinquanta sonagli da culla, tutti in argento istoriato. Ci sono anche quattrocento acquasantiere: catini devozionali in vetro, alabastro, argento che oggi si vedono solo nelle chiese, ma che nell’Ottocento ogni buona famiglia teneva in casa. Ci sono infine centotrenta gioielli degli anni Quaranta e Cinquanta. E tante altre cose ancora.
È un museo che vale un viaggio, insomma. E che, tra l’altro, offre una sorpresa finale: le rovine di una casa romana, con frammenti di mosaici e intonaci dipinti, venute alla luce durante i lavori di ristrutturazione e ora visibili nei sotterranei del palazzo.