Quei 3.500 musulmani nell’esercito Usa

Il colonnello dei Marines che va in battaglia con i versi del Corano appesi al collo, ma pure il sergente impazzito nel nome dell’islam che ammazza i commilitoni. I soldati di fede musulmana nelle forze armate americane sono una realtà a diverse facce. In tutto 3.572 secondo i dati del Pentagono. Di questi, 1.164 servono nell’esercito, come il maggiore che ha fatto la strage in Texas. Nella stragrande maggioranza dei casi sono assolutamente fedeli alla bandiera a stelle e strisce. Combattono i talebani in Afghanistan oppure i terroristi di al Qaida in Irak con le stesse paure e senso del dovere dei loro commilitoni.
Il colonnello Douglas Burpee è l’ufficiale musulmano più alto in grado del glorioso corpo dei Marines. Pilota di elicottero, il suo nome in codice è Haij, l’appellativo di chi è andato a fare il pellegrinaggio alla Mecca. «Tutti sanno che sono musulmano. Quando volo porto al collo un simbolo con un verso del Corano. Essere soldato ed islamico non mi crea alcun problema», ha dichiarato il colonnello. Burpee, convertito a 19 anni, ha servito in Afghanistan e sui talebani le sue idee sono chiare. «Sono un’organizzazione terroristica – spiega il colonnello –. Questa gente usa l’islam come facciata, ma non hanno nulla a che fare con la religione».
Diversi musulmani sono caduti sui fronti di guerra degli Stati Uniti. L’età media dei militari che abbracciano l’islam è di 21 anni. In molte basi, come quella di Fort Hood, dove è avvenuta la strage, le reclute hanno spazi per pregare e leggere il Corano. Le stesse Mre, le razioni di combattimento Usa, sono composte per rispettare tutti i gusti, dalla pasta italiana alle pietanze vegetariane e le religioni. Esiste il menu senza carne di maiale per gli islamici ed il cibo kosher per gli ebrei.
Il sergente Youssef Mandour è arrivato negli Usa dal Marocco a 17 anni. A 23 si è arruolato e ha già servito per 12 mesi in Irak. Sotto le armi ha studiato e imparato l’inglese. Mansour è sempre stato musulmano, ma in battaglia non si è mai tirato indietro. «La guerra al terrorismo non è contro l’islam – sostiene il sottufficiale –. Combattiamo dei criminali e siamo andati in Irak a portare la democrazia. Mi vergogno profondamente di gente come Osama Bin Laden che utilizza la religione per inneggiare alla guerra santa».
Purtroppo non tutti i musulmani con le stellette la pensano come Mansour. Il sergente Hasan Akbar, di Los Angeles, è un condannato a morte. Nel marzo del 2003, alla vigilia dell’invasione dell’Irak, aveva lanciato delle granate nelle tende dei commilitoni della 101ª divisione aviotrasportata accampati in Kuwait. Mentre lo portavano via, dopo aver ammazzato un militare e ferito altri 14 urlava: «Venite nei nostri Paesi per stuprare le donne ed uccidere i bambini».
In seguito all’11 settembre sono sorte delle associazioni di militari e veterani musulmani. La più importante, con 15mila iscritti, è guidata da Qassem Uqdah, un ex marine. In rete hanno dei siti che si aprono con «salam Aleikum», la pace sia con te, dove si trovano storie interessanti. Come quella di Terry Holdbrooks. Poliziotto militare, era stato inviato a Guantanamo, dove Ahmed Errachidi, un prigioniero marocchino soprannominato «il generale», lo ha convertito all’islam. Holdbrooks ha lasciato le forze armate e frequenta regolarmente la moschea vicino all’università di Phoenix osannato come un miracolato per la sua conversione.
La storia più famosa è quella di James Yee, cinese di terza generazione, convertito all’islam sotto le armi. Diventato «cappellano» musulmano, ha assistito i prigionieri di Guantanamo. Nel 2003 è stato arrestato per spionaggio a favore dei terroristi. Le accuse sono cadute, ma è stato esonerato dal servizio. Oggi gira per gli States a denunciare gli abusi di Guantanamo.
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