Quei 55 secondi che hanno distrutto il Friuli

Il sisma era stato preceduto da un caldo quasi estivo, provocato dai terribili attriti sotterranei. Le infinite e commoventi storie di un popolo che ha lottato senza lacrime e senza chiedere nulla

Guido Mattioni

Ricordo tutto. Faceva caldo, a Udine. Faceva caldo, quella maledetta sera di 30 anni fa. Una cappa umida, pesante, da giornata estiva, che mi rendeva insopportabile, sulle spalle, anche soltanto la giacca di lino. Mancavano pochi minuti alle 21 e le vie del centro erano come lo sono sempre a quell’ora, ancora adesso: deserte. Deserte e silenziose dopo lo scalpiccìo del passeggio e il tintinnare dei calici fuori dalle osterie, garbata colonna sonora di una garbata città di provincia. E c’era qualcosa di strano, nell’aria, oltre alla temperatura, così insolita per essere il 6 di maggio. Forse era l’inspiegabile fioritura precoce, carnosa, quasi africana, sugli alberi dei giardini. O forse quell’atmosfera ferma, immobile, da vigilia di qualcosa. Già, facile scriverlo ora.
Ricordo, infatti, che pochi attimi dopo aver messo piede in casa, erano le 20.59, era arrivata «Quella Cosa». Prima un sordo mugolio, un inquietante rantolo dai toni bassi che via via era salito verso gli acuti, fino a esplodere in un raggelante urlo rabbioso della terra. Poi, di colpo, il pavimento che diventava gomma, quasi liquido sotto i piedi, mentre le pareti gemevano, scosse da un irrefrenabile fremito. «Il terremoto, il terremoto!». Ricordo di aver trascinato e stretto mamma e papà sotto un architrave, pensando che fosse arrivata l’ora, che la casa sarebbe crollata. E noi sotto. Lo avevo pensato senza paura, comprendendo in un attimo che se non puoi farci niente, può anche essere facile morire. «Quella Cosa» era durata 55 secondi. Una vita.
Poco più a Nord di Udine, già dai primi rilievi morenici, da Tricesimo in su, là dove il cuscino di ghiaia comincia ad assottigliarsi e diventa roccia, in quegli stessi istanti la morte era arrivata per davvero, come una grande falce, facendo schizzare i pennini dei sismografi al 6,5 della scala Richter (10 Mercalli). Uccidendo mille persone, facendo 3mila feriti e lasciando 100mila senzatetto, 6.500 imprese disastrate o totalmente distrutte e 18mila uomini e donne senza lavoro.
Tutto in meno di un minuto di violenza immane. Le spallate di quello che nella tradizione popolare - orrifica e favolistica - era chiamato «l’Orcolat». Lo avrebbero spiegato così, i nonni, ai nipotini terrorizzati: il Mostro rinchiuso nella montagna, ridestandosi, aveva sbriciolato vecchie cascine di sassi e moderni condomini, polverizzato castelli e spuntato campanili, sollevato strade e abbattuto ponti. Di fatto, il cuore del Friuli, bello da piangere dove è dolce e verde, ma struggente anche là dove è ruvido e aspro - da Gemona a San Daniele, da Tarcento a Buia, da Magnano a Montenars, da Osoppo a Moggio - era ridotto a un povero muscolo, infartuato e sanguinante.
Ricordo anche quello. Così come la sua dolorosa sintesi: lo scempio di Gemona, il mattino seguente, dopo un viaggio in uno scenario di guerra, tra un viavai di ambulanze e colonne di mezzi militari. «Corri a Gemona, corri a Gemona - mi avevano detto -. È là che è la fine del mondo». Ci ero corso. Avevo visto. E confesso di aver pianto, con il taccuino da patetico cronista principiante che mi tremava tra le mani. Nella parte bassa del paese, vicino alla statale, c’era un condominio ridotto a un ammasso di sfoglie di calcestruzzo, l’una sull’altra, in un groviglio di inutili armature rivolte verso il cielo. Avevo preso nota, cercando di non pensare a chi, là dentro, la sera prima, aveva messo a letto i bambini, aveva litigato, non aveva fatto in tempo a fare l’amore.
Ma ero andato avanti. Era lassù, in città vecchia che volevo arrivare. Ancora una svolta, ancora uno sforzo e poi... Poi più nulla: né il Duomo, né la salita di via Bini, né niente di niente. Soltanto un’immane distesa di pietre coperte di polvere giallastra dove uomini in divisa e cani con la croce rossa cercavano di cogliere chi un lamento, chi un grido d’aiuto, chi una traccia olfattiva. E su quel cimitero a cielo aperto dov’erano sepolti 400 dei mille friulani uccisi dal sisma, in quella canicola agostana provocata dai titanici attriti delle faglie sotterranee del monte San Simeone - l’epicentro, la casa dell’Orcolat - stagnava già l’odore della morte, frammisto a quello acuto del disinfettante.
Ricordo anche quello, insieme a tante immagini terribili che non voglio riportare. Perché altri, mille e più, sono gli episodi visti, sentiti raccontare o letti negli articoli di quelli bravi, dei «grandi». Mille frammenti belli o strazianti, comunque sempre nobili, fotogrammi indelebili di una tragedia immensa. Così ricordo le mani piagate di quell’uomo che senza una lacrima, dopo aver sepolto moglie e figli, rimasto solo al mondo, ripuliva uno a uno dalla calce, come un automa, con colpi metodici di cazzuola, i mattoni superstiti di quella che era stata la sua casa. «È per tirare su quella nuova», spiegava - impilandoli - a chi glielo chiedeva.
Ricordo quei senzatetto che si preoccupavano di chiedere in Comune dove avrebbero potuto pagare le tasse. O la vecchina in nero, dal fazzoletto alle calze, che in una cucina da campo, trovatasi davanti un vassoio colmo di cibo, chiedeva in friulano «Trop isal?», quant’è?, mettendo mano al portamonete, come fa chi non è abituato a ricevere qualcosa gratis dallo Stato. E ancora quella famiglia di Colloredo che voleva regalare - «per il disturbo» - i suoi ultimi due salami a un gruppo di reclute affrante. Ricordo le mogli di imprenditori che nei cortili delle fabbriche semidistrutte, in jeans e maglietta - qualcuno oggi li chiamerebbe «padroni» - preparavano e distribuivano i pasti agli operai rimasti come loro vicino al posto di lavoro, in tenda e roulotte. E ricordo i meravigliosi alpini della Julia che si erano strappati i gradi per lavorare in quell’inferno, perché quando si aiuta non esistono colonnelli o soldati semplici.
«Italia di serie A» - sono andato a rileggermelo - aveva sintetizzato il 9 maggio Egisto Corradi su questo giornale. Come «di serie A» è stata la ricostruzione, portata a termine in solo dieci anni. Senza scandali né ruberie. E «Italia di serie A» lo sono stati anche le migliaia di lettori, gente semplice, che mentre Corradi scriveva salivano ininterrottamente le scale della vecchia redazione di questo giornale, in piazza Cavour a Milano, per portare il loro contributo, piccolo o grande, ai friulani. Più di due miliardi e mezzo di lire fu la cifra finale affidata a questo «foglio» che aveva soltanto due anni di vita. Dieci volte più di quanto avesse raccolto lo storico Corriere. Sì, ricordo anche questo.