Quei 60 km di coda per il 25 aprile. Questa è oggi la Resistenza

Caro Granzotto, ha ancora un senso per gli italiani la data del 25 aprile? Nel sessantesimo i cortei inalberavano striscioni pro palestinesi e fischiavano il ministro Moratti e il suo genitore che pure è medaglia d’argento della Resistenza. Ma la cosa sorprendente è che lo sceneggiato televisivo politicamente corretto, quello su don Pappagallo e la lotta clandestina a Roma, ha avuto molto meno spettatori di quello sull’epopea fascista delle Paludi Pontine bonificate da Benito Mussolini. Ciò significa che una parte e l’altra, la destra come la sinistra, hanno messo una pietra sopra alla ricorrenza più cara all’antifascismo?



Sessanta chilometri di coda, caro Pennisi. Tanto era lunga quella sulla Genova-Ventimiglia. E non è andata meglio sulle altre strade e autostrade. Per milioni di italiani il 25 aprile non è altro che il pilastro di un ponte (nel senso impiegatizio). Quella detta della Liberazione ha subito lo stesso destino della festa dei lavoratori che da celebrazione della classe operaia è diventata occasione di uno show, il concerto del Primo maggio. Entrambe le ha devitalizzate la retorica, la magniloquenza, l’insopportabile trombonismo (rappresentato dalla ampollosa orazione in apologia della Resistenza tenuta da Oscar Luigi Scalfaro) che accompagnavano le due ricorrenze. Festeggiare il 25 aprile poteva anche andar bene: perduta la guerra, qualcosa bisognava pur inventarlo per lenire le piaghe dell’orgoglio nazionale (uscito malconcio non tanto dalla sconfitta in sé – capita - ma da come la subimmo, da un 8 settembre che è sempre lì, accucciato sulle nostre coscienze con le quali ancora evitiamo di fare collettivamente i conti). E inventammo d’esser stati liberati: non vinti, liberati. Purtroppo non ci si accontentò della geniale trovata, ma si volle far credere che dal nazifascismo ci liberammo da noi, che il movimento della Resistenza non fosse circoscritto ai pochi che imbracciarono il mitra (solo dopo che gli Alleati ebbero fatto il grosso, il grossissimo del lavoro. Milano fu «liberata» il giorno precedente l’ingresso degli americani). Vollero dare ad intendere che i partigiani rappresentavano il braccio armato di una Italia antifascista da sempre e che la Resistenza fu un movimento di popolo. Balle così non reggono nel tempo, e infatti non hanno retto. Si limitano caso mai a favorire 60 chilometri di coda vacanziera sulla Genova-Ventimiglia.
Non deve pertanto sorprendere che la saga (fascista, oltre tutto) della bonifica dell’agro Pontino l’abbia televisivamente spuntata sulla ennesima rifrittura d’un episodio della Resistenza. Desta invece tenerezza l’arrampicata sugli specchi dei vecchi resistenti - uno a caso, Sandro Curzi – che attribuiscono il flop di La buona battaglia non al rigetto del telespettatore, ma dall’esser stato mandato in onda «con mezz’ora di ritardo sull’orario previsto». Anche se, per dare a Cesare quel che è di Cesare, tocca ammettere che il massimo della comicità l’ha raggiunto Antonio Pennacchi il quale, sull’Unità (e dove, altrimenti?), ha voluto demolire storicamente la fiction sulle paludi pontine (liquidata come «una boiata pazzesca». Quando si dice l’originalità) con questi argomenti. Primo: il podere dove si svolge la vicenda è intonacato di giallo, mentre ai tempi della bonifica le case coloniche erano azzurre. Secondo: nello sceneggiato si vedono gli eucaliptus già cresciuti quando nella realtà erano stati appena piantati. Terzo: sui cigli di strade e canali si scorgono dei rovi, mentre era obbligo tenerli liberi dalla vegetazione e «se non falciavi ti menavano». Morale, la fiction risulta essere «storiograficamente una bestialità». Ma si può?
Paolo Granzotto