Quei '60 in musica, "un mondo che non tornerà più"

Presentato a Milano il volume di Mimma Gaspari: una miniera di aneddoti e curiosità legate alla canzone italiana a cavallo tra gli anni del boom e quelli di piombo

Trentacinque anni di musica italiana dietro le quinte sono una miniera di aneddoti che in pochi conoscono. Quel «mondo» senza addetti stampa, manager o professionisti della promozione insomma non tornerà mai più e ora che i promoter ci sono per tutti, storie e storielle sono di dominio pubblico. Eppure tra il '59 e il '95 «quel mondo che non tornerà mai più», ruspante come l'Italia che assaporava il boom economico e cantava l'amore, sfornava talenti e custodiva segreti. Oggi, è una testimone di quei mitici anni Sessanta a raccontarci com'era il Johnny Dorelli sconosciuto o gli esordi della Cinquetti e quelli di Dalla o Patty Pravo, oppure la prima conferenza stampa di Frank Sinatra. Oggi è Mimma Gaspari, sessant'anni di cui appunto 35 spesi negli uffici delle case discografiche più importanti di allora come Cgd e Rca, a raccontarci «quel mondo che non tornerà più» in un libro delizioso («Penso che un mondo così non ritorni mai più», Baldini & Castoldi, pp.375, 20 euro), presentato al Mondadori multicenter di Milano, in cui tratteggia il ritratto più brillante di come eravamo.
È una galleria affascinante dove sfilano Jannacci e i divi della canzone milanese, una giovanissima Ornella Vanoni alle prese con il capolavoro di Fiorenzo Carpi e Giorgio Strehler, «Ma mi», ma soprattutto loro, i personaggi che poi avrebbero fatto epoca e sarebbero diventati la colonna sonora dell'Italia che ce l'aveva fatta. Come il successo di Johnny Dorelli. Un giovane milanese estroverso dalla voce flautata che non aveva capito il senso del minimo garantito del contratto. Ne firmò uno per 500mila lire nel '58 ma le sue canzoni di allora ne incassarono pressappoco 278mila e lui temette di dover restituire la differenza. Non solo non fu così, ma il produttore, Ladislao Sugar, gli mise in mano un assegno di altrettanti soldi e soprattutto una canzone, «Volare», da cantare a Sanremo in coppia con Domenico Modugno. Sappiamo tutti come è finita.
Dorelli non volle credere né al mucchio di soldi che intascava né a quella fortuna improvvisa che gli era caduta addosso. Erano gli anni in cui Teddy Reno che aveva fondato la Cgd la vendette allo stesso Sugar, che lo pregò di tenerla perché non voleva fare affari ai danni di un amico. Ma Teddy Reno insistette, Sugar gli diede 35 milioni mentre l'altro gliene chiedeva 30 e Teddy Reno (allora non ancora marito di Rita Pavone) portò in Italia Paul Anka, di cui produsse immagine e dischi. Erano gli anni in cui il Belpaese guardava l'America e l'America veniva in Italia. La prima volta che Frank Sinatra sbarcò nella terra dei suoi nonni gli organizzarono un incontro con i giornalisti e lui, già divo acclamato dal pubblico, pretese che chi avesse voluto porre domande indossasse una coccarda sulla camicia o sulla giacca. Siamo in Italia e, si può immaginare come andò... Ci fu chi perse quel gingillo, chi lo dimenticò in tasca, chi si vergognò di indossarlo, chi lo regalò in giro, chi lo indossò ma gli cadde senza accorgersene. Morale: «The Voice» non prese la parola e non rispose a nessuno!
Erano gli anni in cui esordì la Cinquetti. Era il '63 e lei aveva poco più di quindici anni. Le proposero un motivo, «Non ho l'età», che la rispecchiava ma che, a parer suo, non era una canzone diretta ai giovani. Non la volle. La ingannarono sostenendo che i giovani l'avevano votata anche se non era vero, però a Sanremo vinse lei. E con il premio in mano e la mamma in lacrime dalla gioia, ebbe il coraggio di chiedere: «E adesso, cosa facciamo?». Si intenerirono tutti, non lei che, pur con il record dei dischi venduti in poco tempo, non si sottrasse neanche ai suoi compiti familiari di lavare i piatti la sera dopo cena. Un'altra Italia. Come quella di Lucio Dalla, qualche tempo dopo. Era il '71. Si presentò a Sanremo anche lui dopo qualche esibizione… alla Dalla. Gli misero addosso una camicia bianca, pantaloni neri, gli rasarono una barba perfetta e in testa gli ficcarono una coppola di velluto anche se era bolognese. Lui sul palco cantò «4.3.1943». Arrivò terzo, ma quella canzone ancora oggi è cult. Sarà la sua biografia, ma è anche la piccola breve storia di quell'Italia che sapeva ancora commuoversi.
Guy Magenta è invece un nome che corre il rischio di dire poco ai più. Ma se diciamo che rispondeva al volto di Nicoletta Strambelli qualcuno si sente già più a suo agio. E se precisiamo che Nicoletta Strambelli altri non è se non Patty Pravo, il cerchio si chiude. Nel '66 aveva 17 anni e un portamento da signora che non si capiva se celasse timidezza o se fosse sfrontatezza naturale. Un discografico le coniò lo pseudonimo che porta ancora oggi commentando: «Ricorda vagamente la parola depravato» e, al Piper, lei cantò «Ragazzo triste». Fu Luigi Tenco, ragazzo triste davvero, a invitarla a ballare e lei accettò, ma a fine sera se ne andò arrabbiata perché lui non l'aveva riconosciuta dopo aver cantato insieme a lei, tempo prima, quando ancora si chiamava Guy Magenta. Oggi quei vecchi leoni tengono ancora baldanzosamente la scena e Mimma Gaspari, guardandosi indietro, si sente ancora a casa. Anche se quel mondo è cambiato e forse non tornerà più, anche se i Dalla e le Cinquetti, i Dorelli e le Patty Pravo ora escono dai talent show e i «mostri» di domani si chiamano Laura Pausini, Elisa e Bocelli.