Quei bimbi di Gaza usati come scudi umani da Hamas

Ormai si chiamano video-choc: tu sei davanti al computer, ricevi un’e-mail, navighi da un sito all'altro, setacci YouTube e il video choc ti aspetta. La guerra di Gaza è una guerra di video, di foto, di link che rinviano ad altre foto, a documenti definiti come sicuri, contraddetti da chi li dimostra falsi. E così mi imbatto nel video in cui si vede un terrorista di Hamas che acciuffa un ragazzino palestinese che sua madre cercava di mettere al riparo dagli attacchi aerei, e lo trascina come un animale morto per il collo, i tacchi delle scarpe che solcano la polvere. Il coraggioso combattente è un omone armatissimo, imbottito di munizioni e il bambino viene scaraventato in mezzo a un gruppo di giovani palestinesi destinati a fare carne da fotografia e macello elettronico, droga per telegiornali.
La tattica di Hamas è la stessa usata in Libano da Hezbollah. Ricordo che durante quella breve e disgraziata guerra di quasi tre anni fa, gli israeliani colpirono un palazzo abitato in cui, ad un piano alto, era stata sistemata una rampa di missili. La rampa era stata sistemata deliberatamente in un palazzo affollato i cui abitanti erano stati tutti presi come ostaggio, con l'obbligo di non muoversi per poter morire nel prevedibile attacco aereo che infatti arrivò. In quel caso l'aviazione israeliana fece un lavoro, nei limiti del possibile, preciso e colpì chirurgicamente soltanto il bersaglio, ma ci furono egualmente molti morti e quel colpo da militare diventò mediatico: la prova provata che quelle belve assetate di sangue degli israeliani, che Allah li maledica, altro non cercano che il sangue degli innocenti.
E il sangue degli innocenti viene venduto a peso d'oro dalle agenzie di stampa ai media, specialmente ai telegiornali di tutto il mondo, e pochi si curano di certificare di che si tratti e che cosa e quando sia stato ripreso e da chi. Così ecco che una carneficina mostruosa provocata da un camion di munizioni di Hamas esploso incidentalmente in un campo pieno di palestinesi, diventi la prova di un eccidio israeliano.
Gli israeliani, quando hanno iniziato l'operazione «piombo fuso», sapevano benissimo che cosa sarebbe successo e avevano studiato le contromisure. Ma hanno messo in preventivo il fatto che, oltre a un doloroso e non desiderato bilancio di vittime civili, avrebbero dovuto sostenere anche l'impatto dei falsi. La vecchia Golda Meir scrisse: «Noi possiamo perdonare agli arabi il fatto che uccidono i nostri figli, ma non perdoneremo mai il fatto che ci costringano a uccidere i loro figli. La pace fra noi e loro avverrà il giorno in cui gli arabi ameranno i propri figli più di quanto odino noi ebrei».
Hamas, come Hezbollah, e prima ancora Forza 17 e l'Olp sanno benissimo che quello è il tallone d'Achille d’Israele: l'opinione pubblica occidentale che giudica dalle immagini. E i giornalisti occidentali, molti di loro almeno, pur di restare nelle grazie di queste entità, hanno volentieri chiuso tutti e due gli occhi sulle efferatezze palestinesi per enfatizzare quelle di parte opposta, vere o false che fossero. Così il famoso video trasmesso da Rete 4 in cui si assisteva al linciaggio di due prigionieri israeliani picchiati a morte e fatti precipitare poi dalle finestre, diventò un motivo di imbarazzo per la stampa «liberal» assetata soltanto di immagini in cui i palestinesi sono vittime. Fu così avviata una vera produzione di funerali di bambini mai morti, o con bare vuote e le telecamere impietose colsero il momento in cui il morto, esaurito il suo compito, scendeva dalla bara per tornarsene a casa.
Quando seguivo la guerra del Libano negli anni Ottanta, con altri colleghi italiani andavamo ogni sera a contare i morti palestinesi civili dell'Olp assassinati dai cecchini palestinesi del leader Abu Mussa, che era sotto protezione siriana e sparava sugli arafattiani. Erano sacchi di plastica pieni di sangue e resti di bambini, madri, vecchi, teste, piedi, budella. Non interessavano a nessuno: palestinesi ammazzati da palestinesi non fanno notizia. Il bambino morto, si presume, in seguito al crollo di una casa, si presume, dopo un bombardamento dei «sionisti», fa il giro del mondo.
Guardate che cosa fanno i sionisti. Le immagini frugano Israele dove non si registrano carneficine, e questo per la semplice ragione che in Israele la sirena dell'allarme suona ogni volta che viene avvistato un razzo, un Grad o un Qassam, sicché la gente corre con l'angoscia nel cuore nel rifugio antiaereo e il missile esplode per strada, contro una casa, ma in genere non uccide perché in Israele esiste soltanto la cultura della sopravvivenza e non del martirio. La religione ebraica considera il suicidio o l'esposizione inutile della propria vita come un grave peccato e comunque una vergogna di cui non andare orgogliosi e le madri israeliane mettono i bambini al sicuro, e certamente non succede che arrivi lo zio, o il cognato, o uno sconosciuto che acciuffi un bambino e lo trascini recalcitrante e urlante fino alla postazione dove si spera che possa morire, diventando un martire da fotografare.
Tutta questa guerra delle immagini in cui (a prescindere dall'effettivo e dolore carico di morte di cui Hamas e soltanto Hamas porta la responsabilità e la colpa) Israele è sempre sul banco degli accusati, non trova spazio la notizia, certificata, reale e incredibile delle telefonate che la forza aerea israeliana fa agli abitanti delle case da colpire, invitandoli ad andarsene. E gli uomini di Hamas, che hanno tutto l'interesse a moltiplicare i morti per trasformarli in forza politica da spendere sulle televisioni e i governi occidentali, impediscono con le armi l'esodo dalle case e anzi trascinano tutti gli abitanti sul terrazzo.
Gli israeliani, come mostrano le fotografie e i filmati, rispondono a questa mossa lanciando missili che sono in realtà dei fragorosi terrorizzanti petardi, che esplodono in maniera violenta ma non possono uccidere: il botto in genere mette in fuga tutti, sicché poi il missile successivo, meno fragoroso, è quello che colpisce la casa che conteneva nel cortile il camion con la rampa di lancio.
Così la guerra delle fotografie, dei filmati, delle dichiarazioni furibonde, delle povere madri che piangono figli che prima di morire sono stati strappati loro dai terroristi, continua. E gli spettatori ignari giudicano soltanto dalla reazione del loro sistema nervoso assistendo a spettacoli raccapriccianti, alcuni dei quali autentici, molti falsi, e dalle reazioni del loro stomaco traggono un giudizio morale che, sfumatura più, sfumatura meno, è sempre lo stesso: ma questi israeliani ora veramente esagerano! Con tutta la simpatia per gli ebrei (ho un amico carissimo ebreo anch'io), costoro non possono massacrare e uccidere coloro che sono nati sulla propria terra. Come se gli israeliani, invece, fossero nati ad Oslo o a Singapore e non fossero su quelle terre da cinquemila anni, secolo più, secolo meno, e in maniera continua, malgrado la diaspora e anche nei secoli bui del dominio turco (e non arabo) quando la cosiddetta Palestina era quella descritta dai due viaggiatori dell'Ottocento Mark Twain e Francesco de Sanctis, e cioè una sassaia deserta con qualche pastore di capre e una comunità ebraica stabile a Gerusalemme. Ma oggi la storia non fa parte della scuola dell'obbligo televisivo, essendo le televisioni avide soltanto di bocconi forti, piccanti, avvelenati e raramente di verità, cosa che poi porta prima o poi all'antisemitismo vero, autentico, quello che invita a scrivere «negozio ebreo» sulle botteghe del ghetto di Roma.