Quei Br a caccia di semilibertà

È in corso un singolare dibattito «di scuola» sulle condizioni psicologiche di Diana Blefari Melazzi, brigatista rossa condannata all’ergastolo, insieme ad altri ritenuti corresponsabili dell’uccisione del professore Marco Biagi e del professore Massimo D’Antona.
Avvocati dalle argomentazioni taglienti, sostenuti da periti e psicologi di sottilissima capacità d’introspezione, affermano che la signora soffre di psicosi, ha disturbi e sofferenze tali che renderebbero incompatibile, per lei, la carcerazione dura - si fa per dire, il «carcere duro» dei secoli scorsi è una convenzione letteraria – e quindi consiglierebbero forme di detenzione «leggera», magari forme di espiazione alternative alla reclusione. Possiamo attenderci di tutto, questo sistema penal-giudiziario non ha fra i suoi punti fermi la certezza della pena.
Vedremo come finirà il dibattito, intanto vale la pena di registrare che la Digos, i cui cervelli non difettano di raffinate cognizioni di psicologia politica, ha sequestrato nella cella di Diana Blefari Melazzi e di altri suoi compagni lettere che provano quale violenta carica sovversiva questi personaggi provano contro la democrazia e il rispetto della vita umana. «A mia sorella ho urlato – ha annotato la Blefari Melazzi nella minuta di una lettera destinata al terrorista Marco Mezzasalma – che, fosse stato per me, Biagi l’avrei torturato prima di giustiziarlo, ed è proprio così, per quello che ha fatto al proletariato». È un grido, un grido di barbarie che viene dal profondo dell’odio socialmente immotivato che caratterizza il comunismo ancora combattente. Certo, la signora avrebbe torturato Marco Biagi e rivendica questo pensiero esemplarmente rivoluzionario insieme alla partecipazione, piena e responsabile, all’attività dell’«organizzazione», che poi sono le Brigate rosse, nuove ma anche vecchie, proiezione di una sovversione che non si è né estinta né placata.
Tante carte ha sequestrato la Digos, lettere che dimostrano come i brigatisti rossi continuino a inquisirsi vicendevolmente, chiedendo conto l’uno all’altra del rispetto dell’ortodossia rivoluzionaria, perché questi soggetti, quando non hanno un nemico di classe da uccidere e magari da torturare, si processano fra di loro, in un processo circolare e infinito che testimonia la loro incapacità di vivere in armonia con i loro simili. «La tua condotta è stata fin dall’inizio politicamente illegittima», scrive Nadia Lioce a Diana Blefari Melazzi ed è prevedibile che il processo di purgazione ideologica e rivoluzionaria andrà avanti. Nonostante la «sospettata» si difenda gridando la sua voglia di torturare Marco Biagi prima di ucciderlo.
Non m’interessa sapere come finirà questa storia, sapere fino a che punto la coazione a ripetere spingerà i terroristi a processare i compagni omicidi in mancanza di nemici di classe da giudicare. Preoccupa, invece, quel che le lettere lasciano intuire. Questo universo terroristico cerca di mantenere disperatamente una sua vitalità, probabilmente ci riesce. Abbiamo notizia delle lettere sequestrate nelle celle, non sappiamo nulla dei messaggi che riescono a filtrare clandestinamente dalle celle. Sappiamo che i capi mafiosi riescono a comunicare con gli affiliati anche dalle formali durezze del 41 bis, perché non dovrebbero riuscirci i terroristi addestrati, come gli uomini di Cosa nostra, a muoversi in clandestinità?
Non ho consigli da dare alla Digos, ho soltanto timori da manifestare alle anime belle che studiano come alleviare le sofferenze della carcerazione alle belve che avrebbero voluto torturare Biagi prima di ucciderlo.