Quei bravi ragazzi ultimi custodi della solitudine di Albi

nostro inviato a Garlasco

L’aureola il procuratore Alfonso Lauro non è riuscito a toglierla né ad Alberto né agli altri protagonisti del giallo di Garlasco. Ci aveva provato, anche dosando con la stampa frasi che punzecchiavano gli Stasi e il cerchio dei loro conoscenti più stretti. Il paese però a quell’aureola continua a non credere, anzi. Può sembrare strano, all’inizio i dubbiosi, gli incerti, quelli che temevano il mostro sbucato dal nulla o da Milano, la città che solo per essere nominata è la fonte di ogni possibile perdizione, erano molti di più. Può darsi che il metronomo della giustizia viaggi sfasato rispetto alla vox populi. Ma il bisbiglio, i colloqui fra gli amici, il tamtam degli abitanti, alla fine tutto va a cozzare sempre contro quella domanda che arpiona Alberto e, di rimbalzo, i suoi amici più amici: cosa aveva scoperto Chiara?
Che cosa può aver intuito Chiara di ritorno dall’Inghilterra, dove a fine luglio aveva raggiunto Alberto e i suoi amici? Al solo evocare il cattivo senza volto, i garlaschesi alzano le spalle e sorridono ironici, anche se poi, vai a vedere, papà premurosi e fratelli coscienziosi corrono a recuperare figlie e sorelle dopo il ballo in discoteca. «Ci deve essere da qualche parte un segreto, un peccato originale che è la chiave di questa storia», è la tesi dell’assessore alla Sicurezza Giancarlo Collivignarelli. Ma dove? Basta fare due più due per tornare dalle parti di quella cerchia ristretta. Alberto, Marco, un terzo compagno. Un grumo di rapporti, di confidenze, di complicità.
«Da qualche parte bisogna pur afferrare il bandolo di questa storia», spiegano davanti allo storico Caffè Gobbi. Altro che aureola, qui vorrebbero eliminare pure il piedistallo del perbenismo, dell’ipocrisia che tutto avvolge e tutto confonde. La perfezione da presepe: ecco la pellicola che sbiadisce i contorni. Che cosa aveva scoperto Chiara?
«Nulla di nulla - tagliano corto gli investigatori che da 45 giorni si affannano senza risultati in quel reticolo di rapporti -, tutto limpido, chiaro, tutto senza zone d’ombra. Tutto perfetto». Troppo perfetto. «Garlasco - dice una signora bionda - è una scheggia di piccolo mondo antico, un frammento di provincia dove il ruolo e la posizione sociale contano moltissimo, dove tutto è iscritto nel perimetro di abitudini che si tramandano di padre in figlio». Una società ordinata, dove le divisioni di classe pesano ancora. «Il figlio del medico frequenterà il figlio del farmacista e quello dell’avvocato e tutti e tre sanno che il loro destino è preordinato. Saranno come i padri».
Ma se una macchia sporca quel candore borghese? Se quell’equilibrio viene messo in discussione anche solo per un attimo, che succede? Il dottor Mahé - immagina Georges Simenon in un suo romanzo - aveva sognato i suoi parenti disposti intorno a lui, a formare un cerchio di facce pietrificate, anzi proprio di pietra. Lui voleva passare, ma loro glielo impedivano: «Sposerai Hélène perché è dolce e remissiva. Avrai dei figli. Farai il medico condotto per tutta la vita e la tua casa sarà tenuta in modo impeccabile».
Il cerchio di pietra. Le convenzioni. Le apparenze e le aureole imposte dal decoro. Ma poi, quell’altro cerchio, impenetrabile, degli amici. Ragazzi bravissimi, laureati a pieni voti o sul punto, come Alberto, di agguantare il pezzo di carta. Il dottor Mahé sfugge al destino assegnatogli suicidandosi. C’è, forse, un segreto che avrebbe alterato, una volta reso pubblico, quel microcosmo pietrificato. La giustizia non l’ha trovato, il paese lo cerca in qualche forma morbosa di amicizia o di amore declinato al maschile. «Con le supposizioni - ripetono i carabinieri - non si va da nessuna parte». In paese ci vanno, anche col gioco obliquo e delle allusioni: perché uno degli amici inseparabili si è fatto vedere insieme alla nuova fidanzata la domenica 9 settembre, domenica di festa? Lo stesso ragazzo, secondo alcune lingue maliziose, è andato a spasso mano nella mano della ragazza nel giorno più critico, mentre portavano via Alberto.
Supposizioni. La giustizia ha altri standard. Altri parametri. Altre norme di civiltà. I garlaschesi, più modestamente, non credono all’orco. E nemmeno alle favole, né quelle dal finale cupo e nemmeno a lieto fine. Ci dev’essere una crepa, da qualche parte. Come quella che porta il dottor Mahé a contemplare il fondo del mare per superare quel cerchio di pietra.