Quei bugiardi da marciapiede

Il castello di bugie costruito intorno al caso Sircana è quasi totalmente crollato. È imbarazzante in questi giorni leggere i quotidiani che, dopo la pubblicazione da parte del Giornale della vicenda che riguardava Silvio Sircana, ci avevano accusato di smerciare fango arrivando persino a negare che le fotografie esistessero. Europa e l’Unità si producono in articoli privi di senso, senza avere l’umiltà e l’onestà di chiedere scusa. Il Corriere della Sera, il giornale che più si è divertito a pubblicare pagine e pagine di cronache dal buco della serratura, dopo che è spuntato il nome del portavoce del governo e soprattutto il coinvolgimento nella vicenda della propria casa editrice, che comprò e nascose le foto imbarazzanti di Sircana, ha ridotto gli articoli sul caso Potenza a pochi trafiletti.
Eppure - anche se i contorni dell’affaire sono chiari - qualcosa ancora resta da illuminare. Innanzitutto: c’è o non c’è un video che riprende la serata brava del portavoce unico del governo? Secondo Pino Belleri, il direttore cassettista, c’era. E ora dov’è? Distrutto, dice l’agenzia Masi. E perché? Da quando in qua un fotografo distrugge il proprio archivio dopo aver venduto un servizio? Mistero. Qualcuno da dentro la Rcs avvertì Palazzo Chigi di «aver ritirato dal mercato» foto scottanti di Sircana? Belleri dice di no. Ma è difficile credere che nessuno abbia sollevato la cornetta. Un favore pagato a caro prezzo almeno lo si segnala a chi di dovere. E chi è questa persona? Mah, arcani e sircani di questa storia.
Ma a proposito di castelli di bugie che crollano, mentre quello del portavoce unico cade, traballa anche quello costruito attorno al caso di Daniele Mastrogiacomo. Come sappiamo i lati oscuri di questi sequestri sono molti e ancora di più sono quelli che riguardano la liberazione degli ostaggi. Ricordo che all’epoca del rapimento del povero Quattrocchi e dei suoi tre compagni, intervistai in tv Barbara Contini, l’ex governatrice di Nassirya, ed ella ammise candidamente che per fare ritornare a casa i quattro sani e salvi si stava trattando e bisognava pagare un riscatto. La frase fece il giro del mondo e imbarazzò l’Italia. Inutile dire che gli americani non la presero bene. Non mi scandalizzo dunque se anche per Mastrogiacomo si sia pagato, ma è quello che si è dato in cambio che appare quanto meno preoccupante. Il governo non ha versato denaro ma ha fatto scarcerare cinque o forse dieci terroristi: uno scambio di prigionieri, quindi un riconoscimento politico dei talebani. E il rischio è che per questa liberazione si versi altro sangue. Con assoluto cinismo per salvare la vita di un giornalista italiano, si è ceduto su tutto. Ci si è dimenticati dell’interprete di Mastrogiacomo, facendo credere che fosse libero e invece è ancora nelle mani dei talebani. Come se non bastasse, i vertici del centrosinistra hanno tenuto a battesimo l’idea di un tavolo di pace con i terroristi, che è come dire che per pacificare l’Europa gli Usa avrebbero dovuto sedersi nel ’45 attorno a un tavolo con gli artefici dello sterminio di massa.
Il governo aveva fatto credere ai giornali, che ovviamente l’avevano bevuta, che Condi e Bush erano d’accordo, anzi che applaudivano con entusiasmo all’abilità della diplomazia italiana, sia per Mastrogiacomo che per i talebani. Il castello di bugie è crollato più in fretta di quello costruito intorno alla vicenda Sircana e ha fatto sprofondare la credibilità internazionale dell’Italia sotto terra. Anzi, per essere più precisi, a livello da marciapiede.