Quei cattolici che monetizzano anche Cristo

E dire che non ci volevo andare il giorno di Pasqua in questa chiesetta di campagna, persa nell'Appennino urbinate, vicino a dove sto. Ma arrivo mentre qualcuno mette sul grammofono una marcia di Strauss e il prete alza un Cristo di legno con le braccia elevate, risorto. La chiesa è così piccolina che in tanti stanno fuori: donne e anziani rurali, col vestito buono. E ci sono le bambine pure loro bene in carne, vestite alla buona da angioletti, con la argentea decorazione dell'albero di Natale attorno alla fronte, ingenua aureola. Ma non conta quanto c'è nel cervello del prete o dei fedeli: è la scena che commuove. Perché ognuno di noi qui ha il suo dolore, alcuni pure hanno ancora dentro la agonia recente di qualche loro caro. E però l'umiltà dei vestiti e dei luoghi, da Marcellino Pane e Vino, rinforza la maestà di quel Cristo, e persino la musica, mal scelta. E però con un suo intento di Gloria che commuove anche me, che in chiesa non ci vado mai, e volentieri anzi mi direi eretico. Di quello che dice il prete non m'importa. Ma questo trionfo di Cristo risorto inscenato con goffa umiltà è grandioso. Anzi mi pare proprio quanto ora manca alla più parte dei discorsi dei cattolici e sui cattolici.
E infatti di ritorno a casa ho il tempo di sistemare un sostegno a un cipresso, e arrivo a tavola presto: tocca di sentire la radio. C'è un tal prete o intellettuale, che si vota alla consueta tiritera comunistoide: secondo lui non ci sarà mai pace e fine della missione terrestre dei cattolici finché ci saranno gli oppressi o ingiustizie da riparare. È la prima scemenza, che mi riporta al mondo vero ovvero finto, e senza umiltà, di intellettualità, tv e giornali. Ma non è finita: segue subito un altro servizio in cui si cambia tema, dedicato all'Iran. Vi si accenna alla liberazione degli ostaggi concessa da Ahmedinejad: dice la giornalista per riguardo alla Pasqua. Altra scemenza. Quel fanatico ha detto semmai «trapasso» di Cristo, ma guardandosi bene di parlare di crocifissione, tanto meno della sua resurrezione. Giacché per l'Islam sarebbe un non senso. Ma figurarsi se la spocchia di costei ci ha badato o sa la differenza.
In effetti per troppi di quelli che nella presente lottizzazione di sedie universitarie o giornalistiche si professano cattolici, il cristianesimo è solo prassi redistributoria: dare da mangiare ai poveri. Per i più, soprattutto se intellettualoidi, non c'è Gloria nel cattolicesimo senza giustizia per gli uomini e la natura. La loro pochezza insomma economicizza Cristo, e così tiene in vita quel comunismo che ha martirizzato l'Europa, contro i Vangeli. Giacché è il diavolo che vuol far trasformare le pietre in pane ma Cristo non cede alla tentazione. Ed è poi Giuda che, come i cattolici comunisti, sparla sempre dei poveri. E depreca che per onorare Cristo si acquisti olio di nardo, e dice che si deve vendere per dare i soldi a chi non ne ha. Conta per loro solo il popolo, in quanto pulsione di egualitarismi, fame e istinti: di qui tutte le follie assecondate, si tratti di invertiti o guevarismi. Ogni male proviene da questa economicizzazione, la quale del resto poi cogli umili veri, e la Gloria dei crocefissi di campagna, non c'entra niente. E però a Pasqua è la sola di cui ormai si parli. Invece essere poveri o ricchi è uguale disgrazia, se non si sente la Gloria dei Marcellino Pane e Vino.
Geminello Alvi