Quei colori che narrano l’epica del quotidiano

I macchiaioli godono da diversi anni di un’attenzione della critica e del pubblico adeguata alla qualità, in alcuni casi altissima, della loro pittura. Tuttavia, sono sempre lontani dalla fortuna mondiale degli impressionisti anche minori, nonostante artisti come Fattori, Lega e Signorini non siano inferiori ad alcuni dei maggiori francesi. La rassegna di Torino, «I Macchiaioli» (Palazzo Bricherasio, fino al 10 giugno, info: 0115711811), ha il merito di illuminare, attraverso più di cento opere, l’importanza e il significato dell’intero movimento. D’altra parte, la chiave della mostra è nel suo sottotitolo «Sentimento del vero» che accomuna artisti diversi fra loro e non solo per qualità pittorica.
Curata da Francesca Dini e accompagnata dal catalogo Electa, la rassegna comprende oltre cento opere divise in otto sezioni, che vanno dalla vera e propria invenzione della «macchia» ai capolavori assoluti degli anni ’80 e ’90 dell’800 di tre maestri come Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega. Una mostra che aspira a darci un’immagine completa e bene articolata di quel movimento nato a Firenze nel 1856 al Caffè Michelangelo, dove si cominciò a discorrere «di tocco, d’impressione, di valore e di chiaroscuro». L’obiettivo era un’arte antiaccademica, che proponeva quella che Fattori definiva «l’impressione del vero». Era una pittura di paesaggio che guardava alla scuola francese di Barbizon, ma lo faceva con originalità e immediatezza, che derivavano dal concetto stesso di «macchia» come mezzo per tradurre sulla tela le atmosfere e gli effetti luminosi della natura. Nei giovani artisti, scrisse Adriano Cecioni, «era un continuo fare e disfare, provare, tentare e ritentare, e tutto per trovare la giustezza di un valore sopra un altro, sia per colore sia per chiaroscuro».
In mostra colpiscono il Paesaggio di Serafino De Tivoli, l’emozionante Lezione di pianoforte di Lega, gli splendidi Ladruncoli di fichi di Raffaello Sernesi, Pascoli a Castiglioncello di Signorini, di una luce vibrante nelle stoppie e di un azzurro purissimo nel cielo. Gli anni ’60 sono proprio quelli di Castiglioncello e di Piagentina, con quella natura incontaminata che tutti avevano cercato. Qui creano una pittura più rigorosa e più armonica nella ricerca del «vero». Questa sezione rivela il rigore compositivo di Odoardo Borrani, il «vero» trasfigurato di Giuseppe Abbate, il misticismo, non immemore del Beato Angelico, di Sernesi, la potenza di segno di Fattori ne Il ritratto di Diego Martelli a Castiglioncello, il lirismo pacato di Lega ne La visita in villa, il delicato naturalismo di Signorini in Mattino sull’Arno.
Oltre che al paesaggio, però, i macchiaioli sono attenti anche al lavoro e alla vita quotidiana. Ecco allora L’alzaia di Signorini, Le macchiaiole di Fattori, L’educazione al lavoro di Lega, tele che Francesca Dini definisce «l’epica del quotidiano».