Quei comici ridono sulla bara della comicità

Ruggero Guarini

Visto che i lazzi e gli sghignazzamenti dei nostri satiriconi non cessano di ispirare dotte riflessioni etico-politiche vorrei insinuare che il più interessante dei molti enigmi che l'argomento comporta è racchiuso in una domandina che stranamente nessuno finora si è posta. Perché invece di ridere non piangono? Perché tanti sberleffi e motteggi in un tempo che per tutti loro dovrebb’essere l’èra delle lacrime e dei singhiozzi? Perché questa voglia di risate è incominciata a venirgli proprio quando avrebbero dovuto scoppiare in un lungo pianto dirotto?
Non c’è forse vicenda più inesplicabile di quella che circa vent’anni fa, proprio nel momento in cui tutti questi allegroni avrebbero dovuto lasciarsi sopraffare dallo sconforto, si concluse al contrario con la decisione di votarsi al frizzo e al cachinno... Questo sì che sarebbe un eccellente argomento di satira politica, anzi apolitica e forse impolitica! Giacché nulla forse è più satireggiabile del caso di uno sciame di credenti, solitamente tristi e ringhiosetti, che dopo avere a lungo dimostrato che la loro fede li aveva resi assolutamente refrattari al buonumore, proprio quando, per dimostrarsi all’altezza dell’evento più luttuoso della loro vita, ossia al decesso del loro amatissimo comunismo, avrebbero dovuto incominciare a onorare quella salma con pompe funebri adeguate alla sua lugubre imponenza, si mettono invece di botto, ridendo a crepapelle, a sfottere i miscredenti...
Fu infatti proprio verso la fine degli anni Ottanta che i nostri giulivi satitrucci, avendo appena assistito a quel decesso epocale, anziché incominciare a prodursi, come si supponeva che avrebbero fatto, in una lunga serie di messe funebri a base di lamentazioni sul feretro del caro estinto, decisero al contrario di darsi alle performances più riderelle. Come se quel decesso, anziché abbatterli, gli avesse infuso una travolgente allegria, si sguinzagliarono come una muta di cuccioli ridaioli sulle scene della nostra tv di stato. Dove i loro pupari, dall’alto della loro autorità politica, intellettuale e morale di pastori e funzionari del fiasco più strepitoso della storia universale, li incoraggiarono a esercitarsi, un giorno sì e l’altro pure, nell’arte di insultare, a spese del contribuente, tutti coloro che si permettono di considerarli dei falliti sonoramente bocciati dalla loro stessa adorata magistra: quella sgualdrina di madama Storia.
Ma lo sanno questi pupi con l’ùzzolo della satira che i loro pupari non hanno capito mai niente? Che non ne hanno mai indovinata una? Che ogni volta che quella madama li ha messi alla prova sfidandoli a realizzare i loro miraggi, hanno sempre creato società mostruose e anche ridicole? Che tutti i regimi nei quali hanno di volta in volta riposto le loro speranze si sono rivelati degli inferni? Che tutti i caporioni indigeni e forestieri che hanno di volta in volta ammirato si sono rivelati dei tiranni sanguinari? E che quelli di cui si innamorano ancora oggi appartengono sempre, immancabilmente, alla specie dei despoti più feroci e anche grotteschi? Che dunque non hanno capito mai niente? Che non ne hanno mai indovinata una? Che insomma hanno sempre preso fischi per fiaschi e lucciole per lanterne, cioè latrine e mattatoi per paradisi?
Forse lo sanno, forse non lo sanno, forse non se lo chiedono nemmeno. A loro basta ridere di tutto fuorché naturalmente di se stessi.
guarini.r@virgilio.it