Quei conservatori così riformisti

Che cosa c’è dietro la svolta culturale di Fini: le riviste, i dibattiti e gli intellettuali che si legano idealmente al duetto europeo Sarkozy-Cameron

Nell’ultimo mese in tanti si sono interrogati sull’ultima «svolta culturale» della destra italiana. Nessuno s’è però premurato di indagare su che cosa ci sia dietro, il milieu di idee, individui, fermenti politici e culturali che costituisce il presupposto di questo nuovo corso. Peccato. Avrebbe aiutato qualche giornalista ad aggiornare la propria agenda quando deve imbastire la solita inchiesta sulla cosiddetta «cultura di destra».
Apprendendo, per esempio, che il primo «purquà?» interessante del 2006 non è l’urlo imbufalito del tifo francese contro l’impazzimento di Zinedine Zidane ma la risposta di Nicolas Sarkozy alla versione italiana del suo La Repubblica, le religioni, la speranza (Nuove idee, pagg. 187, euro 13), fortemente voluta dall’editore Lucarini e da Andrea Marcigliano. Con tanto di prefazione - un’esegesi in chiave autoctona della «morale repubblicana» - di Gianfranco Fini: che ha spiegato, appunto, tutti i forti «pourquoi» delle sintonie tra la rotta intrapresa da Alleanza nazionale e il nuovo corso del gollismo. Avrà fatto piacere a Guido Paglia, uomo-macchina della destra in Rai e capo della redazione romana di questo giornale in epoca montanelliana che - riferiscono - si definiva gollista già negli anni Ottanta, quando nell’Msi si scavavano le trincee tra finiani e rautiani.
Sarkozy quest’anno è venuto due volte a Roma per suggellare l’entente cordiale con la destra italiana, e in molti vedono nella troika tra Fini, Sarkozy e David Cameron, la rivoluzionante guida dei tories inglesi, la prefigurazione delle destre formato Duemila, dentro o fuori il Partito popolare europeo poco importa. Questa mossa, annota Umberto Croppi, già editore della Vallecchi e oggi stratega del made in Italy, ha reso Fini, «ed è la prima volta per una destra italiana, partecipe di un movimento sopranazionale (...) fortemente innovatore».
L’etichetta è pronta e l’aveva coniata mesi fa il Nouvel Observateur: néo-réacs o, preferibilmente, neodestri; una politica di forte modernizzazione sociale ed economica e la capacità di saperla comunicare, aprendosi ai settori più dinamici della società e ai loro testimonial. Sarkozy ha appoggiato la linea del suo libro-manifesto al filosofo Alain Finkielkraut e all’attore Gérard Depardieu. Cameron, per svecchiare velocemente l’immagine passatista e antigiovanilista dei conservatori, s’è appoggiato alla rockstar Bob Geldof, alle idee del filosofo Roger Scruton, capovolgendo le posizioni sul multiculturalismo e i diritti civili. Anche Gianfranco Fini ha affidato le sue ambizioni a un documento, Ripensare il centrodestra nella prospettiva europea, che mostra qualche analogia storica e una serie di curiose peculiarità.
Nel 1978 Bettino Craxi pubblicò sull’Espresso un testo ideato da Luciano Pellicani, con il titolo Il Vangelo socialista. Il giovane segretario del Psi voleva disincagliare il partito dal minoritarismo nella sinistra e dare fondamento teorico alla sua strategia di modernizzazione, ispirata a una visione «libertaria e pluralistica» della politica e della società. Per questa ragione, ricorda Massimo Pini nel suo Craxi (Mondadori, pagg. 753, euro 26), aveva già accolto il meglio dell’intellighenzia di area socialista: accanto a Giuliano Amato e Luciano Cafagna, la nuova leva intellettuale di MondOperaio, da Pellicani a Federico Coen, e una giovane promessa come Claudio Martelli.
Il leader di Alleanza nazionale probabilmente ha inteso fare qualcosa di simile: sottrarre il suo partito alla campagna di delegittimazione dello scorso giugno, legata alla vicenda «Divani&Veline», risollevare l’immagine falsata di una destra stravaccata sugli ozi del potere, riaprire a tutto tondo il gioco politico. E gli è andata bene: undici anni dopo le tesi di Fiuggi un altro documento ha fatto rumore. E dibattito: serratissimo e - incredibilmente - sui contenuti, segnando un prepotente altolà alla solita litania sulla povertà culturale della destra e sul suo isolamento sociale.
Le analisi finiane si immergono in un brodo di coltura che non è fatto di reti di associazioni, grandi case editrici, scuole di pensiero, think tank universitari o circoli di «intellettuali organici» - un modello che lo stesso Fini, in una controversa intervista a Pietrangelo Buttafuoco su Panorama, ha rigettato esplicitamente - ma di sensibilità individuali che, ciascuna a volte difendendo gelosamente la propria autonomia, convergono unicamente sull’urgenza di immaginare un profilo più dinamico e aperto per la destra italiana. Che cosa ne scaturirà è troppo presto per dirlo. Per ora è sufficiente osservare i germi di un cambiamento. In primo luogo nel partito, dove accanto a Fini si sta affermando una classe dirigente lontana dalla classica figura, nobile ma socialmente marginale, del militante di lungo corso.
Il portavoce Andrea Ronchi è un giornalista cresciuto fuori dalla tradizionale stampa di destra, nel Settimanale di Massimo Tosti e al Sabato, e si è occupato di campagne di comunicazione Onu contro la pena di morte. Il giuspubblicista Giuseppe Consolo è il punto di congiunzione tra la destra e la mondanità romana che conta, ma anche il padre di Nicoletta Romanoff, attrice affermatasi con il regista liberal Gabriele Muccino. I due estensori materiali del documento, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli, per vie diverse hanno sempre sostenuto la necessità di «andare oltre la destra», il primo da sempre convinto che Alleanza nazionale nasca per «superare le identità», il secondo riversando la sua formazione postrautiana nella teorizzazione di nuove alleanze nel mondo del lavoro. Come del resto Gianni Alemanno, oggi impegnato al fronte di quest’opera di riposizionamento ideologico, che del governo Berlusconi è stato ritenuto il ministro più «trasversale» e politicamente eccentrico, tanto da annoverare tra i suoi interlocutori i no global al Wto e la Confindustria di Montezemolo.
Federico Eichberg, che tiene le fila dei collegamenti internazionali con le fondazioni dei partiti europei di centrodestra, è apparso sull’Annuario di Nomisma ed è membro del comitato redazionale di LiMes (oltre che di Imperi di Aldo Di Lello). Il rapporto col ceto intellettuale è più controverso, al punto che si riconosce, in un eufemistico giro di parole riguardo alla pochezza delle politiche culturali del passato, l’urgenza di recuperare una forma di rapporto con i «produttori di idee», «che gli anni di governo hanno esaurito invece di esaltare».
Presumiamo che anche a loro siano rivolte le più innovative parole d’ordine del documento: inclusione, accoglienza, coinvolgimento, apertura. Qualche convergenza c’è. Per esempio, la rivendicazione da destra di una cultura dei «diritti civili e ambientali sulla qualità della vita» è un argine posto alle derive «teo-con», in linea con gli auspici di Alessandro Campi, politologo all’università di Perugia con Ernesto Galli della Loggia, che da anni accarezza il progetto di una destra «aperta», «laica e riformista», a cui ha di recente dedicato il saggio La destra di Fini (Quaderni Centro studi Marco, pagg. 136, euro 12). Così, l’annessione accanto alla cultura cattolica e nazionalpopolare della tradizione del «socialismo riformista», la volontà di dialogare con «l’Italia più dinamica, moderna e volitiva», l’attenzione per ciò che «rappresenta un nuovo, diverso blocco sociale» scavano in un linguaggio che è nelle corde di una ripresa, da destra, delle ambizioni egemoniche craxiane.
L’obiettivo l’ha definito Luciano Lanna: «Pur partendo da una precisa identità politico-culturale, aggregare la maggioranza degli italiani per riuscire a realizzare un riformismo reale e non immaginario». E proprio Lanna, vicino ai ciellini di 30 Giorni e amico di economisti eretici come Geminello Alvi, è il protagonista dell’innovazione riformista-trendy del Secolo d’Italia insieme a Flavia Perina, anche lei una carriera poliforme tra Sabato e Telemontecarlo, che da parlamentare ha ricevuto consensi da amichevoli nemici come Antonio Polito o Roberto Cotroneo.
Ancora, la dichiarazione che «lo schematismo destra/centro (...) è un limite da superare», scompaginando le logore categorie della politica, attualizza le analisi svolte lo scorso anno nel convegno viterbese di «Volo di notte», cenacolo intellettuale a cui hanno partecipato lo studioso dell’immaginario televisivo Pasquale D’Alessandro, vicedirettore di Rai3, il direttore della Quadriennale di Roma Gino Agnese, che già anni fa su Mass media teorizzava Fini leader nel bipolarismo, giovani politologi come Luigi Di Gregorio, apprezzatissimo dal guru ulivista Ilvo Diamanti, ed esponenti della Nuova destra - che già negli anni Ottanta spronava il Msi a uscire dal «tunnel del neofascismo» - come lo stesso Croppi, la grecista Monica Centanni e il filosofo Peppe Nanni, gli ultimi due sodali intellettuali di uno dei più stimati consiglieri di Fini, l’ex assessore siciliano alla cultura Fabio Granata.
Talvolta il trauma di una sconfitta genera nuove energie. Il movimento di idee, pur disorganico e allo stato nascente, nella neodestra c’è. Chissà se la politica avrà voglia di ascoltare.
(1. Continua)