Quei controsensi sulla pena di morte

Vittorio Mathieu

La reciproca stima m’induce a interloquire con Vittorio Sgarbi sulla pena di morte. Me ne occupai trent’anni fa in un libro (Perché punire) che poteva fruttarmi l’accusa di vilipendio della (cattiva) magistratura (Cicala). Vi sostenevo che la pena di morte è legittima; non assolutamente necessaria in linea di principio, ma in certi casi molto opportuna; e che oggi non si capisce la pena di morte perché non si capisce la pena in generale.
Il colpevole ha abusato della libertà, e la pena deve essere una simmetrica e adeguata restrizione della sua libertà. La pena detentiva diminuisce la libertà, ma anche una pena pecuniaria, perché priva il condannato dei mezzi per esercitarla. La pena di morte sopprime la libertà del tutto, nel caso di delitti efferati, che rendano il colpevole totalmente indegno di esercitarla. Da questo punto di vista è la pena più grave, ma non la più afflittiva, e non andrebbe commisurata alla gravità del delitto bensì alla sua esecrabilità. Sarebbe inopportuno, ad esempio, prevederla per il terrorismo, che richiede pene ben più afflittive, come i lavori forzati a vita. Sacrificando il colpevole, la pena di morte gli ridà dignità: in qualche modo lo sacralizza. Sacer esto era la formula della pena di morte nelle XII Tavole.
Ho poi cercato anch’io un argomento contro la pena di morte, e ho creduto di trovarlo pensando a R.M. Rilke: la pena di morte priva giustamente il reo del bene della libertà, ma lo priva anche della «sua» morte, naturale e personale. Dubito, però, che questo argomento sia decisivo, perché la morte è sempre qualcosa di naturale e innaturale a un tempo. Ciò che più mi meraviglia è che oggi ritengano illegittima la pena di morte molti cristiani, nonostante che si pensino salvati grazie a una condanna a morte (errata, ma conforme alla legge ebraica: «ha bestemmiato»). Vorrebbero sentirsi salvati da un «assassinio di Stato»? O si potrebbe pensare alla storia cristiana della salvezza con un Cristo condannato all’ergastolo?
Il giurista Francesco D’Agostino (a cui mi lega concordia di intenti, oltre che profonda amicizia) sostiene che nessun argomento contro la pena di morte è inoppugnabile, salvo il seguente: la vita è un bene indisponibile. Ma la libertà è forse un bene disponibile? La pena colpisce sempre un bene in quanto indisponibile. Uno può esser privato di una casa che gli è cara, ad esempio, per ragioni di pubblica utilità, e provarne dispiacere; ma questa giuridicamente non è una pena, come sarebbe il dover vendere la casa per pagare una multa.
Il tema su cui vorrei però richiamare l’attenzione di Sgarbi è Cesare Beccaria. Il suo aureo libretto parla di «pene» nel titolo, ma parla d’altro nel testo. Il Beccaria giustifica la pena solo in quanto mezzo di difesa della società. Con ciò riduce la persona del reo a un mezzo, mentre la persona del reo è sempre un fine, e in quanto tale viene punita. La pena è dovuta al reo, prima ancora che alla società o alla parte lesa. Kant confuta perciò «il marchese Beccaria», anche se per altri aspetti esagera nel giudicare la pena di morte insostituibile.
Inoltre il Beccaria, appunto perché fa della pena un mezzo di difesa sociale, non esclude affatto la pena di morte come ultima ratio, e lo dice esplicitamente. Lo feci notare a Giuliano Vassalli quando presentammo la nuova edizione nazionale delle opere di Beccaria con Luigi Firpo, che la curava. Vassalli trovò queste osservazioni «maligne», ma non inoppugnabili.
L’opera del Beccaria, insomma, fu un grande progresso in materia di procedura penale, ma non di diritto penale (sempre che sia sua, e non di Pietro Verri. È uno strano destino della famiglia Beccaria che, quando ne viene qualcosa di buono, qualcuno lo attribuisca a uno dei Verri. Compreso Alessandro Manzoni).