Quei cooperanti in cerca di guai

La penna di una scrittrice va là dove la porta il cuore. La partecipazione con cui Susanna Tamaro denuncia, in una lettera al Corriere, il silenzio mediatico intorno al dramma di Rossella Urru, rapita il 22 ottobre in Algeria da Al Qaida Maghreb, è emotivamente condivisibile. Nella lettera mancano, però alcuni elementi indispensabili per valutare il dramma di Rossella non solo con le ragioni del cuore, ma anche con quelle dell'intelletto. Quell'intelletto che dovrebbe sempre accompagnare le decisioni di chi opera negli angoli bui del mondo. Manca - non per colpa della scrittrice, ma di molti mezzi d'informazione che l'hanno omessa - una cruciale verità raccontata dal mediatore impegnato a negoziare la liberazione di Rossella e dei suoi due compagni di sventura spagnoli.
«I combattenti dell'Aqmi (Al Qaida Maghreb, ndr) entrati nei campi del Polisario ... non erano armati - spiega il mediatore - avevano dei complici nel campo, membri e simpatizzanti di Aqmi, che hanno fornito le armi e indicato gli ostaggi da sequestrare. Sappiamo che due uomini armati e con l'uniforme del Polisario hanno lasciato partire i veicoli che trasportavano gli ostaggi». In quella frase ci sono tutte le verità nascoste o assai sottaciute di questa brutta storia. La più evidente è che il sequestro è frutto di un'operazione messa a segno grazie a collusioni e complicità tra i terroristi di Al Qaida e gli ospiti del campo profughi. Alcuni «membri e simpatizzanti di Aqmi» hanno fornito le armi ai terroristi, li hanno accompagnati nella foresteria in cui dormiva Rossella e hanno poi agevolato la fuga del commando. Se fosse il primo caso di connivenza tra militanti del Polisario e terroristi di Al Qaida non sarebbe grave. Ma non è così. Il dramma di Rossella Urru è, purtroppo, un dramma annunciato. E prevedibile. Non solo perché arriva otto mesi dopo la sparizione di Mariasandra Mariani, rapita anche lei in Algeria da Al Qaida Maghreb, ma perché da tempo si sa che molti militanti del Polisario son passati al soldo di Al Qaida abbandonando la lotta per l'indipendenza per dedicarsi ai traffici di droga, armi ed esseri umani. Per capirlo basta leggersi l'articolo di Foreign Policy del 3 gennaio di quest'anno firmato da Alison Lake. «Alcuni segnali indicano che la paralisi dei negoziati sull'indipendenza o l'autonomia del Sahara Occidentale potrebbe aver generato un matrimonio di convenienza tra elementi del gruppo indipendentista e Aqmi... alcuni membri del Fronte del Polisario in Algeria si sono uniti ad Al Qaida nel traffico di droga, armi e aiuti umanitari lungo i confini del deserto nordafricano».
L'articolo è solo uno delle decine che segnalano l'infiltrazione di Al Qaida nei campi dei rifugiati saharawi. La domanda allora è inevitabile: perché Rossella è stata mandata a lavorare nella tana del lupo? Se i suoi capi ignoravano la pericolosità di quel campo bisognerebbe indagare sulla competenza di alcune organizzazioni umanitarie. Se ne erano al corrente, ma speravano non succedesse la responsabilità è, visti i precedenti, ancor più grave. Anche le due Simone rapite a Bagdad nel 2004 e costateci qualche milione di euro di riscatto erano rimaste ad operare in una situazione dove bastava il buon senso per intuire che non esistevano più sicurezze. Nonostante il ripetersi di queste costose distrazioni mobilitarsi per salvare Rossella resta, come auspica Susanna Tamaro, doveroso. Com'è doveroso esigere la liberazione dei marinai della petroliera Savina Caylyn, finiti nelle mani dei pirati somali mentre si sudavano lo stipendio. Salvare un nostro connazionale, ha ragione Susanna Tamaro, resta un ineludibile obbligo morale. Bisognerebbe, però, anche interrogarsi su chi debba pagarne il costo. Nel caso della collega Giuliana Sgrena, rapita in Iraq, il costo più alto lo pagò il funzionario del Sismi Nicola Calipari, ucciso poco dopo averla liberata.
Se altri dovranno rischiare la vita per salvare Rossella quali saranno le conseguenze per chi l'ha spedita con tanta leggerezza nella tana del lupo? Senza trascurare l'oneroso dettaglio di un biglietto di ritorno chiamato riscatto. Devono pagarlo solo i cittadini o anche chi, nel nome della solidarietà internazionale, calpesta tutte le regole del buonsenso e della sicurezza? In Trentino Alto Adige e in Val d'Aosta, come in Francia e Germania, gli alpinisti imprudenti sono chiamati a risarcire il costo del soccorso. Potrebbero incominciare a farlo anche le organizzazioni che nel nome della bontà e della carità mandano allo sbaraglio i propri volontari.