Quei cuccioli leghisti che inciampano nei tasti

Irruenza giovanile? Soverchio entusiasmo e bramosia di lasciare il segno? Pulsione a rimarcare la diversità padana? Oppure assenza di direzione e coordinamento? Probabilmente un po’ di ogni cosa insieme, tant’è che il gruppo dei deputati leghisti, in maggioranza giovani e di prima nomina, non smettono di stupire e di stupirsi. Sono allegri e senza paura, lavorano come muli e tendono imboscate parlamentari come si sentissero vecchie volpi. Ma come lupacchiotti, talvolta cadono nelle loro stesse trappole. Però rivelano una nota di vitalità che li distacca da tutti gli altri deputati, alleati o avversari che siano. Per lor fortuna e del centrodestra, sinora gli scivoloni e gli autogol dei giovani leghisti non hanno provocato terremoti. Ma riusciranno a coniugare entusiasmo e ponderazione, prima di provocare una catastrofe?
L’ultima è di ieri, sull’emendamento al decreto «milleproroghe» dedicato alle biomasse, che il governo voleva fosse bocciato. Invece è passato, col voto favorevole di Guido Dussin e Alessandro Montagnoli, e l’astensione di Claudio D’Amico e Gianpaolo Dozzo. Marco Reguzzoni, delegato d’aula, ha subito tranquillizzato che non c’era «alcuna motivazione politica, quei quattro si sono sbagliati», trattasi di errore dovuto alla fretta. Anche una nota ufficiale del capogruppo, Roberto Cota, parla di «singoli errori» sottolineando che comunque «la Lega era presente in massa e ha votato contro». Però questo «incidente» cade dopo una serie di colpi corsari, voti disgiunti in bilico tra l’errore e la protesta, autogol che lasciano gli osservatori a volte perplessi e a volte stupiti. Col risultato di aver acceso la curiosità dei romani - nell’accezione degli addetti ai lavori di palazzo - che si ritrovano sempre alla rinnovata e tardiva scoperta del Carroccio.
Nei giorni della Finanziaria alla Camera, i leghisti erano sempre al gran completo, freschi a far le cinque del mattino, pronti alle direttive del capogruppo in commissione, Maurizio Fugatti, lesti nel lanciare blitz notturni e nell’azzardo degli emendamenti al fotofinish. Così avevano «punito» l’Autorità per l’Energia perché monca di 3 componenti su 5 da due anni, così è passato anche in aula l’emendamento sui precari. Ma così è passata pure la norma, ora addebitata da Matteo Bragantini a «troppa fretta», che volendo rendere più difficile l’accesso agli assegni sociali per i lavoratori stranieri, li cancella anche per i cittadini italiani che non abbiano lavorato 10 anni di fila.
«Erano le 5 del mattino», sorride Bragantini spiegando che poi si è cercato di rattoppare con un ordine del giorno. Veronese, consulente commerciale, Bragantini ha 33 anni ed è alla sua prima legislatura, era assessore provinciale, e quando s’è sposato l’anno scorso ha chiesto la dispensa per aver la messa preconciliare, in latino. Poiché i padani dichiarano problemi con l’italiano, figurarsi il latino, agli invitati in San Pietro di Morubio ha fatto distribuire la traduzione della messa di San Pio V: in italiano, non in veneto che pure è lingua nobilissima. La sposa però indossava un abito nuziale color verde confetto.
«Siamo stakanovisti, non manchiamo mai», vanta Fugatti, l’Harry Potter del Carroccio. Nato a Bussolengo (Verona) 36 anni fa, commercialista ad Avio, è nella Lega da quando aveva 21 anni, sino a divenire segretario del Trentino, ed è a Montecitorio dal 2006. Sulla Finanziaria è stato il regista di tutte le scorrerie: ma con l’approvazione dei big, assicura. Si ritiene «paziente», e con la virtù di «sapere ascoltare». Virtù che vanta anche Reguzzoni, ingegnere nato a Busto Arsizio nel ’71, che è stato presidente della provincia di Varese sino all’elezione alla Camera. È il vice operativo del capogruppo, Cota, che ha anch’egli appena 40 anni ed è deputato da soli due anni.
Ma è questo che gli osservatori dimenticano sempre: la Lega in Parlamento è usa al ricambio massiccio e continuo, promuove i giovani scegliendoli «sul territorio» come suol dirsi e li lancia a briglie sciolte. Non troppo sciolte, però. Perché seppur gli anziani appaiono assorbiti in faccende più serie, basta un gesto di Maroni o di Calderoli, anche di Castelli - per non dire un batter di ciglio bossiano - a rendere docili e obbedienti i giovani onorevoli con cravatta o fazzolettino verde. Gli è che dei 60 deputati leghisti, 34 sono di prima nomina, quasi tutti quarantenni e tanti trentenni, Massimiliano Fedriga di anni ne ha 28. Capite ora, come l’irruenza giovanile possa provocare talvolta effetti indesiderati.
Gianni Pennacchi