Quei Cuori Neri dimenticati

Paolo Bertuccio

I «Cuori Neri» sono arrivati a Genova. Per la presentazione del libro di Luca Telese su 21 vittime degli anni di piombo dimenticate dalla storia «ufficiale» perché appartenenti alla destra, ieri pomeriggio all'hotel Bristol di via XX Settembre si sono dati appuntamento insieme all'autore alcuni reduci «eccellenti» di quegli anni, ognuno con il suo pezzo di memoria da offrire. Primo fra tutti Ignazio La Russa, capogruppo di An alla Camera, ma allora giovane militante del Movimento Sociale, che riconosce a Telese il merito di «aver fatto, con questa operazione di memoria, giustizia di un'ingiustizia perpetrata per decenni»; Giorgio Bornacin, che si è presentato in sala con il casco che indossava il giorno dell'uccisione di Ugo Venturini a Genova, ma anche chi negli anni Settanta si schierava dall'altra parte della barricata , come l'assessore regionale alla Cultura Fabio Morchio, da sempre socialista («Io sono un cuore rosso, ma non per questo evito di confrontarmi in modo civile con chi la pensa diversamente da me»). E poi Gianni Plinio, capogruppo di An in Regione, e Alfio Barbagallo, il segretario provinciale di Alleanza Nazionale, moderati dal caporedattore del Giornale, Massimiliano Lussana. Ne è nato un dibattito pacato, all'insegna di una velata nostalgia per la passione politica dei tempi andati ma anche della ferma condanna della violenza come argomento politico.
Trattandosi di una presentazione genovese, l'attenzione non poteva non essere monopolizzata dalla triste vicenda di Ugo Venturini, il primo in ordine cronologico dei «Cuori Neri», il militante missino colpito durante un comizio di Almirante a Genova nel 1970 e morto dopo una lunga agonia «tra i cori di scherno - come ricorda Bornacin con rabbia - degli extraparlamentari di sinistra schierati sotto le finestre dell'ospedale San Martino». La memoria di Bornacin a proposito di quei giorni è ancora viva: racconta della camera ardente allestita nella sede cittadina del partito e della difficoltà nel reperire un sacerdote disposto a celebrare il rosario davanti alla salma. Ai presenti tornano in mente i funerali in via XX Settembre, con le autorità del tutto assenti («quasi come al funerale di Quattrocchi 35 anni dopo», accusa La Russa).
Fabio Morchio recita il mea culpa: «Quel giorno, negli ambienti della sinistra pensavamo ad una morte provocata da una faida interna al Msi: oggi mi vergogno di aver condiviso questo pensiero».
Luca Telese dice di non aver scritto «un libro di Storia, ma un libro di storie, di vicende umane. È stato il dignitoso lutto delle famiglie delle vittime a convincermi a scrivere il libro». Un lutto senza la ricerca della vendetta, ma solo della giustizia e dell'umanità. Tutte cose che, leggendo «Cuori Neri», sembrano mancare in quell'Italia senz'anima degli anni Settanta.