Quei democratici che non sopportano la legalità

Se risulta che la maggioranza dei bolognesi è con Cofferati e la sua linea della legalità e se risulta che la maggioranza dei francesi è con il ministro Sarkozy approvando la sua linea intransigente nei confronti dei «casseurs» e della «racaille» delle periferie, perché poi si continua a sostenere che per combattere il crimine si devono aprire dialoghi che poi significa tolleranza? Siamo in democrazia ed è la volontà del popolo che deve contare.



Dovrebbe, caro Colucci, dovrebbe. Per i paladini della democrazia la volontà del popolo rappresenta un imbarazzante intralcio. Perché il popolo è rozzo, ignorante al punto di non sapere cosa gli conviene, cosa lo farebbe felice ed emancipato. Per fortuna ci sono loro, i paladini, a spiegarglielo e ad imporglielo. Insomma, in democrazia la volontà popolare è spesso un gioco di parole. Prenda i parlamentari: vengono sì eletti dal popolo dei quali diventano i rappresentanti, la qual cosa vuol dire che opereranno in suo nome. Però, come recita l’articolo 67 della Costituzione «senza vincolo di mandato». Nel senso che se un deputato scelto e quindi eletto dal popolo perché di destra passa, una volta alla Camera, nello schieramento di sinistra (e viceversa), il popolo sovrano, la cui volontà è stata così platealmente violata, altro non può fare che prendersela in saccoccia. Ma lasciamo perdere, ché l’argomento ci porterebbe troppo lontano.
La «tolleranza zero» o, come Cofferati preferisce definirla, la «politica della legalità», è una di quelle faccende che manda in bestia i fautori della democrazia pilotata dall’alto (e da pochi); della democrazia, per intenderci, in salsa giacobina. Lasciato a se stesso, il popolo imbecille metterebbe infatti in galera tutti quelli che commettono un crimine, propensione ritenuta insana, ingiusta, egoistica e antisociale. A sostenere ciò è la così detta società civile fatua e trombona che ha nella Repubblica il suo megafono. Apostolo della «tolleranza mille», il quotidiano di largo Fochetti non perde occasione per denunciare la deprecabile deriva legalitaria: basta un niente, una notiziola di cronaca e parte il piagnisteo. Tempo fa, perso il treno che da Grenoble avrebbe dovuto ricondurlo a Torino, dopo aver scelto nel parcheggio antistante la stazione il modello di suo gusto certo Vadim Tcacenico rubò una Audi 80, ci si mise al volante e con quella giunse felicemente a destinazione. Ma una volta in città fu per caso fermato, guarda tu che iella, dai vigili i quali, data una occhiata ai documenti, lo denunciarono per furto. Il processo s'è concluso l’altro ieri con la condanna del mariuolo a 8 mesi, senza condizionale. Commento della Repubblica: «Non è un terrorista, non è neppure un pericoloso ricercato internazionale. È solo un moldavo che ha rubato un’auto in Francia». Solo un moldavo. Solo un ladro. Ai repubblicones non è andata giù che Vadim Tcacenico sia finito in galera. Oltre a risultare moldavo, cosa che già sembrerebbe rappresentare una attenuante, in fondo aveva «soltanto» rubato. Ecco, caro Colucci: questo è il concetto di legalità di quanti si piccano di esserne gli interpreti.
Paolo Granzotto