Quei diabolici parolieri papà dei tormentoni

Non è poi così malaccio la canzone italiana dal punto di vista dei testi, anche se ci sono periodi di crollo verticale e di trionfo della retorica e dell’aurea mediocrità, ad esempio negli anni Cinquanta (dove con Tajoli e Latilla «beltà» fa rima con «bontà») o grandi trasformazioni, come la scomparsa del cantautore come ideologo. Questi sono solo alcuni spunti che offrono i due corposissimi volumi La canzone italiana 1861 - 2011. Storie e testi (Mondadori) che raccontano l’Italia in musica dalla villotta del Cinquecento (madrigale popolare che nasceva dai balli campestri) al punk pop dei Gaznevada, dall’era del tabarin a Faust’O (troppo enfaticamente definito il David Bowie o il Lou Reed italiano), dai canti fascisti e partigiani alla nuova scena rock dei Prozac + e dei Baustelle. C’è spazio per scoprire l’estetica di E.A.Mario, autore di oltre duemila canzoni e padre della musica leggera italiana e per identificare la nuova figura del cantautore, laddove cadono le barriere tra pop e canzone impegnata con Capossela, Carmen Consoli, Carlo Fava e Neffa. Si respira aria nuova e quello del cantautore - fatte le eccezioni di Guccini, Dalla, De Gregori e pochi altri - «diventa un lavoro precario, oltre che marginale rispetto alla cultura del nostro Paese». Se le musiche spesso sono di derivazione anglosassone (dal primo jazz del Quartetto Cetra al rap di Jovanotti) i testi - non solo quelli d’autore - spesso si distinguono per originalità, impegno e sapori famigliari.