Quei dieci mesi di silenzio serviti a pianificare la rivolta

Un’organizzazione quasi militare, compattata dalle norme restrittive varate dal governo dopo l’omicidio dell’ispettore Raciti. E dietro alla violenza c’è il business

Ai tifosi arrestati domenica sera nei pressi dello stadio Olimpico, la Procura di Roma contesterà l’aggravante del terrorismo. A dimostrazione dell’esistenza di una strategia comune dietro i movimenti di queste bande che si muovono all’unisono lungo la penisola, da nord a sud, contro l’istituzione rappresentata da poliziotti e carabinieri. L’onorevole Pescante ha ragione quando parla di insurrezione generale degli ultrà. E poco importa che si tratti di neofascisti o anarchici insurrezionalisti. La saldatura è avvenuta nei giorni successivi all’omicidio dell’ispettore Raciti con l’emanazione di provvedimenti urgenti da parte del governo che hanno finito per compattare tanti gruppuscoli in un movimento nazionale. Dai fatti di Roma, Bergamo e Taranto, giusto per riferirci ai centri degli episodi più gravi, scaturisce un’organizzazione articolata, quasi di stampo militare, capace di scendere in piazza in un battibaleno. E infatti il capo della polizia Manganelli si è detto preoccupato non tanto per quello di cui si è a conoscenza, ma per quello che ancora non è venuto alla luce.
Il silenzio degli ultimi mesi è stato interpretato in segno positivo dai politici: si trattava, ahiloro e ahinoi, di un silenzio assordante. A fare da detonatore è arrivata l’uccisione del 28enne tifoso laziale che ha innescato episodi di guerriglia urbana, riconducibili a un disegno ben preciso, studiato a tavolino. Niente di casuale o spontaneo. La strumentalizzazione è stata immediata. Un salto di qualità rispetto al passato.
Gli scontri di domenica scorsa hanno ricordato quelli del Sessantotto con l’aggravante che, a differenza di allora, non appaiono supportati da una ideologia particolare. Identica però è la caccia a chi serve lo Stato in divisa. Chissà se questi signori della guerriglia urbana sanno cosa scrisse Pier Paolo Pasolini, che di destra non era certamente, dopo la battaglia di Valle Giulia del marzo ’68: «Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri». E ancora: «A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione), eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri».
Da qualche anno gli ultrà usano il calcio come teatro delle loro violenze e trovano nei media (le tv più dei giornali) perfetta cassa di risonanza. È come se andassero in diretta a reti unificate. Il calcio non può farcela da solo a uscire dal tunnel in cui s’è infilato all’inizio degli anni Ottanta quando i club, tutti, hanno arruolato i tifosi più violenti, dando loro potere e quattrini. Li hanno sfruttati e alla fine ne sono stati ricattati. Non stupiamoci quindi se questi delinquenti condizionano le società nelle scelte di natura tecnica, commerciale, economica. Per molti fare l’ultrà in servizio permanente attivo è un lavoro ben retribuito. Lo ha detto il procuratore capo di Monza, Antonio Pizzi: «I capipopolo hanno un potere enorme e ricattano le società che, per evitare danni, vengono loro incontro in più direzioni. Il giro d’affari di una curva viaggia nell’ordine di milioni di euro». Il presidente della Lazio, Lotito, va in giro con la scorta da quando ha tolto agli irriducibili una fetta del marketing ufficiale. E così il vicepresidente Milan, Galliani, alle prese con la guerra civile della curva rossonera. Ma non dimentichiamo che alcuni capipopolo sono di casa nei club, si occupano del servizio di vigilanza, frequentano i luoghi vip e fanno merchandising con materiale taroccato. L’infiltrazione è globale. E il calcio è accerchiato.