Quei diritti d’autore che paghiamo sull’euro

Caro Granzotto, ci apprestiamo a festeggiare i cinque anni della moneta unica, introdotta il 28 febbraio del 2001. Quando il governo Prodi ce la impose facendoci pagare anche l’eurotassa, molti di noi e io compreso eravamo convinti che l’euro avrebbe sistemato quasi tutti i guai dell’Italia facendoci forse non più ricchi ma più stabili e con i conti più in ordine anche perché c’erano i famosi parametri di Maastricht da rispettare. Purtroppo i fatti hanno smentito i nostri entusiasmi. L’euro ha comportato un aumento dei prezzi in ogni nazione dove circola e ora si dice che forse sbagliammo a fissare il cambio lira-euro. Ciò mi ha fatto pensare che abboccammo all’amo di Romano Prodi senza chiederci cosa fosse, come venisse valutato e che caratteristiche avesse la moneta unica. La quale resta per noi un mistero anche se la maneggiamo tutti i giorni. Lei potrebbe spiegarmelo, anche se ormai è troppo tardi e non si può fare marcia indietro?



Mai dire mai, caro Ferrarin. L’euro è una convenzione, un accordo, non un giuramento di sangue. Come se ne decise il tasso di conversione - quel dannatissimo 1936,27 lire per un euro - è storia abbastanza nota e sufficientemente complicata: fu innanzi tutto stabilito che la moneta unica avesse lo stesso valore dell’ecu (acronimo per European Currency Unit), unità di conto risultante dalla media delle valute dell’Ue a ciascuna delle quali era attribuita un quota in relazione al peso economico. Essendo il «paniere» soggetto alle oscillazioni dei cambi, al momento opportuno fu adottato l’indice espresso il 31 dicembre del 1998 (a mercato mondiale praticamente fermo), come tasso di conversione - fisso e immutabile - dell’euro. Un po’ una roulette: c’è a chi è andata bene e c’è a chi è andata male. A noi poteva andar meglio. Proprietaria degli euri è la Banca centrale europea che li dà a prestito a un tasso di sconto attualmente del 2,5 per cento. In sostanza avviene questo: per ottenere un miliardo di euri l’Italia deve emettere Obbligazioni per la medesima cifra e depositarle presso la Banca europea la quale, tenendole in pegno, a quel punto accorda il prestito di un miliardo, alleggerito del 2,5 per cento. Si chiama, quello esercitato della Bce, diritto di signoraggio: essa stampa le banconote e le «affitta» a una cifra superiore a quella nominale. In sostanza, per diritto di signoraggio i cento euri che maneggiamo ci sono costati 102,47 euri (valore nominale più 2,5 euri di tasso meno 3 centesimi di costi vivi, carta e stampa). Provi a immaginarsi, caro Ferrarin, il «circolante» degli 11 Paesi aderenti alla moneta unica (quello italiano si aggira sui 90 miliardi di euri) e avrà una idea di quale gigantesco malloppo frutti - a che titolo? - alla Bce quel 2,5 per cento.
La Banca europea, proprietaria della moneta unica, è di fatto una banca privata, senza nessun rapporto con gli organi comunitari, con la Commissione europea o l’Europarlamento. Una pura e semplice azienda che ha per azionisti le banche centrali (a loro volta istituti privati, non pubblici). Si va dalla Deutsche Bundesbank che ne detiene il 23,40 per cento alla Banque Centrale du Luxembourg che ne ha lo 0,17 per cento, passando dalla Banque de France (16,52 per cento), la Banque Nationale de Belgique (2,83), Bankitalia (14,57) e altre nove banche centrali. Il bello (bello? Mah) è che azionisti della Bce risultano anche le banche centrali inglese, svedese e danese, nazioni che non essendo «entrate» nell’euro campano felici e contente con le loro monete nazionali. Però posseggono il 20,36 per cento dell’istituto di emissione della moneta unica. Influenzandone le scelte e intascando oltre un quinto dei diritti di signoraggio. Praticamente una pacchia. Resta infine un piccolo mistero che non sono riuscito a chiarire. Se lei nota, sulle banconote, prima delle sigle plurilingue della Bce, compare il simbolo © che indica il copyright. S’era mai vista, una roba del genere? Cosa significa, che paghiamo alla Banca centrale europea anche i diritti d’autore? Sarebbe (e forse lo è) davvero il colmo.
Paolo Granzotto