Quei distinguo nei Ds sul Compagno C.

Il partito condanna gli arricchimenti personali dell’ex capo di Unipol, ma esponenti di primo piano non lo scaricano

Stefano Filippi

Il compagno Massimo D'Alema, con la classica excusatio non petita, ha spiegato la settimana scorsa che il compagno C., cioè il suo amico Giovanni Consorte, non è il compagno G., cioè Primo Greganti, il dirigente del Pds che ai tempi di Mani pulite tenne fuori il partito dalle inchieste milanesi sulle tangenti. Una volta fu fermato con un miliardo di lire in contanti: il compagno G. disse che era l’incasso delle feste dell’Unità, anche se poi si scoprì che era l’anticipo versato dal costruttore Gavio per l’acquisto di un immobile del Pci-Pds. Un’altra volta furono trovati sul suo conto «Gabbietta» 650 milioni versati da Lorenzo Panzavolta (manager Ferruzzi): il pm Tiziana Parenti sospettò che fosse una mazzetta da girare a Botteghe Oscure, ma il compagno G. negò. Era denaro suo, gli serviva per pagare il mutuo della casa.
Consorte e il suo vice Ivano Sacchetti hanno preso 50 milioni di euro (100 volte la somma trovata nell'auto di Greganti) dal finanziere Emilio Gnutti come compenso per le consulenze nella vicenda Telecom, la scalata benedetta da Massimo D'Alema. I pm indagano su altri conti riconducibili ai due ex manager Unipol: su quelli ritrovati in Antonveneta ci sarebbero altre decine di miliardi. Quante case potrebbero comprarsi con quella montagna di soldi? Il denaro è tutto lì, garantiscono gli avvocati dei finanzieri indagati. Nessuno l’ha toccato. E i vertici dei Ds spergiurano che al partito non è arrivato nemmeno un centesimo. Soldi loro, dicono al Botteghino. Soldi nostri, confermano Consorte e Sacchetti. E il cerchio , almeno per ora, si chiude. Con un’ appendice però: mentre il partito e il suo segretario riservano parole di biasimo per i due manager (Fassino. ha parlato di «comportamenti estranei ai nostri valori»), altri dirigenti di primo e primissimo piano si sentono in dovere di inviare anche pubblici attestati di stima e di amicizia all’indirizzo dell’ex «Cuccia» rosso. A cominciare da Massimo D’Alema, che pure ha bocciato l’operazione Bnl e ha detto di aver «vissuto la scoperta di conti esteri con profondo stupore e amarezza personale», ma ha confermato la sua considerazione per il compagno C., «un manager di grande valore» che in pochi anni ha trasformato l'assicurazione delle coop rosse nella terza compagnia d’Italia. Uno dei collaboratori più stretti del presidente Ds, il deputato pugliese Nicola Latorre, ha difeso l’amicizia con Consorte: «È un valore e queste vicissitudini non la mettono in discussione; se dovessi incontrarlo lo saluterò e gli parlerò».
Più o meno le stesse parole di Ugo Sposetti, tesoriere dei Ds che aveva il filo diretto con l’assicuratore rosso nei giorni caldi dell’Opa Unipol sulla Banca nazionale del lavoro. «Sei l’unico di cui mi fido», gli diceva al telefono Consorte. E lui oggi ribadisce: «Non lo rinnego, lo conosco e lo stimo da 35 anni, non avrei nessun imbarazzo a incontrarlo, credo che l’aspetto giudiziario che lo ha coinvolto sia un suo problema personale». E anche il successore del compagno C. sulla plancia di comando dell’Unipol, cioè il compagno Pierluigi Stefanini, non ha tagliato tutti i ponti con l’ex presidente: «È inaccettabile e ingiusto dire che sia un virus nel corpo sano del movimento cooperativo», ha detto il giorno dell’insediamento a Bologna.
Certo, quelli che spendono parole di solidarietà verso il compagno C. sono pochi amici veri. Molti dirigenti diessini hanno preso le distanze dal manager, ma qualcuno lo ha fatto con una certa prudenza, senza lanciare anatemi e scomuniche. Gli arricchimenti «sono inaccettabili» (Visco), «serviva più rigore» (Cofferati) e Unipol ritiene «prematura e fuori luogo» un’eventuale azione di responsabilità nei confronti dei suoi ex amministratori. Insomma la cautela dalla parte del Botteghino non fa difetto. E Consorte e Sacchetti più che manager disonesti e truffaldini vengono trattati come compagni che sbagliano. Poco importa se gli assicuratori rossi hanno intascato in nero decine e forse centinaia di miliardi di lire, hanno conti segreti all’estero, hanno manovrato nell’ombra per pilotare scalate finanziarie e hanno tradito la fiducia di migliaia di militanti e soci delle coop. I vertici del partito tifavano per loro, telefonavano per informarsi, chiedevano se la scalata aveva avuto successo, forse dispensavano persino consigli. Difficile e forse anche un po’ pericoloso ora liquidarli come semplici «mariuoli».