Quei due milioni di riscatto che nessuno poteva pagare

Il riscatto che i rapitori volevano chiedere era troppo alto. Mistero anche su chi ha ucciso Tommy e sui messaggi del papà del bambino

Guido Mattioni

È l’orrore, fino a ora, il solo dato certo di questa vicenda. Perché sul sequestro del piccolo Tommaso Onofri e sulla sua fine rimangono ancora tanti, troppi, punti oscuri. O quanto meno particolari che a rigor di logica - se mai la logica sarà mai in grado di spiegare un fatto così raccapricciante - non tornano. O tornano soltanto in parte.
Il movente. Quello indicato da Mario Alessi (il muratore finito in carcere insieme con la convivente Antonella Conserva e il complice Salvatore Raimondi) sarebbe stato la richiesta di una cifra molto forte - «Due milioni di euro» - che Paolo Onofri, il papà di Tommy, avrebbe dovuto prelevare dalle casse dell’ufficio postale di cui è direttore. Idea balzana, spiegabile con la sprovvedutezza dei protagonisti, definiti proprio ieri dal pm Silverio Piro «sequestratori di infimo livello». Una simile cifra ci potrebbe anche essere, nelle casse di una filiale come quella di via Mirabello a Parma, ma solo in certi giorni e unicamente a conoscenza dei dirigenti. Ed esistono poi «barriere» di sicurezza che possono impedire anche al direttore di aprire da solo le casse. Soprattutto fuori orario.
Comunque, in caso di sequestro lampo, finalizzato al recupero di una forte somma in tempi brevissimi, ai parenti dell’ostaggio viene di norma impedito di dare l’allarme. Mentre in casa Onofri i rapitori hanno lasciato a disposizione i telefoni cellulari. Perché?
Un altro movente potrebbe essere stato la scatola piena di banconote che il capomastro Pasquale Barbera (accusato ieri soltanto di favoreggiamento) avrebbe detto di aver visto un giorno nelle mani di Onofri. E di cui avrebbe poi parlato con i suoi manovali. E agli occhi di gente come Alessi e Raimondi, perennemente alla ricerca di denaro, il papà di Tommy potrebbe essere così diventato (oltre che per la posizione professionale e per un tenore di vita molto superiore al loro) un ghiotto bersaglio.
Strani messaggi. Restano ancora prive di esauriente interpretazione alcune frasi criptiche pronunciate da Onofri. Come quella in cui, rivolgendosi ai rapitori ingiunse loro: «Ridatemi mio figlio, prima che venga a riprendermelo io». O quella ripetuta più volte, in cui riferendosi agli esecutori materiali li ha definiti come individui «plagiati dal vero mandante», lasciando quasi intendere l’esistenza di due livelli criminali.
Come, dove, quando è morto Tommy? Per mano di chi? Ieri l’autopsia ha confermato che le condizioni del corpo sono compatibili con la sepoltura di una trentina di giorni nel luogo dove è stato ritrovato. Ma serviranno ulteriori approfondimenti per stabilire giorno e ora esatti del decesso, elementi chiave per confermare o meno l’ipotesi che il bimbo abbia perso la vita immediatamente dopo il sequestro (come dichiarato pur se in modo contrastante da Alessi e Raimondi), oppure altrove e in un momento anche di poco successivo. Da questo potrà dipendere inoltre l’accertamento di come è morto il piccolo (accidentalmente o ucciso deliberatamente), per mano di chi e con quale mezzo. Se, per esempio, il badile di cui ha parlato Alessi accusando il complice di omicidio. Oppure altro: le mani di Alessi, controaccusa Raimondi. Ma viene da chiedersi: chi va a rapire un bambino in scooter portandosi dietro un badile, per quanto piccolo?
La prigione e gli altri complici. Nella conferenza stampa di ieri gli inquirenti hanno detto di aver trovato le piantine relative sia a dove tenere l’ostaggio sia a dove avrebbe dovuto essere incassato il riscatto. Particolare, questo, che a prima vista sembra però cozzare contro quella definizione di «sequestratori di infimo livello» di cui sopra. Gente così non arriva alla sofisticazione di disegnare piantine. Gente così si perde infatti nel buio in motorino, come infatti è successo. Esiste allora quel secondo livello, quel mandante a cui sembra accennare Onofri?
I luoghi delle due piantine restano comunque ancora sconosciuti, così come l’identità dell’eventuale carceriere, o carceriera. Che a rigor di logica avrebbe potuto essere Antonella Conserva, la compagna di Alessi. La quale tuttavia, oltre all’ostaggio, un bimbo di 18 mesi come Tommy, perdipiù affetto da epilessia e bisognoso di medicine specifiche due volte al giorno, avrebbe però dovuto seguire anche il proprio bambino di 7 anni, cardiopatico fin dalla nascita. Un duplice impegno che sulla carta sembrerebbe difficile da adempiere a patto che le indagini non portino all’individuazione di altri complici, fino a oggi sconosciuti.
Le intercettazioni e l’impronta. La Mobile di Parma aveva fatto irruzione per la prima volta nella casa di Alessi il 5 marzo scorso, ovvero tre giorni dopo il rapimento, a seguito di intercettazioni telefoniche compromettenti tra lui e Raimondi. Ma gli uomini della polizia non sapevano, all’epoca, che sul nastro adesivo usato per immobilizzare gli Onofri era stata trovata dai carabinieri una netta impronta digitale del Raimondi stesso. Lo avrebbero saputo soltanto pochi giorni fa. Un ulteriore episodio di scarsa comunicazione tra le diverse forze dell’ordine che ha probabilmente ritardato di molto il blitz dello scorso weekend. Un pasticcio - o un bisticcio - proprio come quella scritta minacciosa davanti a casa Onofri e cancellata dalla Polizia prima dell’arrivo dei Ris.