Ma quei fascicoli su Prodi restano avvolti nella nebbia

Gian Marco Chiocci

da Roma

Se per «competenza» territoriale il processo Sme di Milano dovrà ora ricominciare daccapo in quel di Perugia, sempre per questioni legate alla medesima «competenza» le circostanziate denunce sull’appalto del colosso alimentare presentate dall’imprenditore Giovanni Fimiani (primo vincitore della gara) sono ancora aperte. Da anni fanno il giro dei palazzi di giustizia rimbalzando da Salerno a Roma, da Perugia a Milano, avanti e indietro, come la palla di un flipper. Sarà perché l’oggetto degli esposti riguarda il ruolo di Romano Prodi e Carlo De Benedetti, sarà perché Fimiani ha denunciato anche quei magistrati che, a suo dire, avrebbero rallentato o insabbiato i procedimenti che coinvolgevano il Professore, fatto sta che ad oggi la magistratura romana ha ancora fra le mani due fascicoli sul caso Sme: il primo «dorme» nelle stanze della procura generale a piazza Adriana, ed è un sunto di svariate denunce di Fimiani sul ruolo dell’attuale premier, che dopo aver trovato il supporto di clamorosi riscontri giudiziari, per i motivi più disparati si è disperso strada facendo; il secondo è invece approdato di recente a piazzale Clodio direttamente dalla Procura di Perugia, e riguarda altre circostanze legate alla presunta malagestione dell’ex presidente dell’Iri stralciata dal filone principale (archiviato) relativo alla eventuale responsabilità delle toghe capitoline nella trattazione dell’inchiesta-madre sulla Sme.
Ma per capire lo stato dell’arte occorre andare indietro di qualche anno allorché Giovanni Fimiani scatena una battaglia legale contro chiunque gli abbia messo i bastoni fra le ruote oppure, con sofisticati stratagemmi, s’è impegnato a rallentare l’iter dei procedimenti già avviati e portati avanti dal pm salernitano Donnarumma e dal perito Cataldo. Come ricorda l’imprenditore campano in una delle sue dettagliatissime memorie, «il magistrato di Salerno che insieme a consulenti tecnici radiografò la gestione a dir poco discutibile di Romano Prodi nel caso Sme, all’improvviso venne sollevato dall’incarico e trasferito ad un tribunale inesistente, fatto apposta per lui, a Castellammare di Stabia». Con questa trovata, spiega Fimiani, la corposa indagine che tanto preoccupava Prodi e compagni venne «scippata» al magistrato Donnarumma e passò per competenza a Perugia perché, nelle more dell’atto d’accusa, Fimiani se la prendeva con l’atteggiamento remissivo di alcuni giudici romani «che in diversa maniera e con le rispettive competenze - scrive il gip Claudia Matteini nel decreto di archiviazione - si erano interessati alla vicenda afferente la dismissione del comparto alimentare dell’Iri da parte di Romano Prodi, all’epoca dei fatti presidente della stessa Iri, competenza funzionale che delimita in maniera precisa i poteri decisori di questa autorità giudiziaria alla quale non può in alcun modo spettare alcun esame circa le modalità con le quali si è attuata la suddetta manovra economica». Se Perugia non ravvisa alcuna responsabilità penale sui magistrati romani nell’asserito «complotto» denunciato da Fimiani, di contro spedisce a Roma il malloppo cartaceo sull’«appaltone» per valutare «il comportamento di tutti coloro che parteciparono all’operazione commerciale». Fra questi, ovviamente, Romano Prodi. Il pm Paci ad inizio 2004 si libera dell’ingombrante fardello trasmettendolo a Roma. «Una volta arrivato nella Capitale - osserva Fimiani - nessuno sa più che fine abbia fatto il fascicolo. Ho chiesto espressamente di essere informato in caso di archiviazione. Mi auguro solo che l’inchiesta sia ancora aperta, se qualcuno ha fatto strani giochetti stavolta la pagherà. Pubblicamente».
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