Quei fischi tradiscono lo spirito del 25 aprile

La cacciata di Letizia Moratti dalla manifestazione milanese per il 25 aprile con annesso oltraggio alla bandiera dello Stato d’Israele, impone a tutti i dirigenti politici italiani, ed in modo particolare a quelli della sinistra, di porsi una domanda radicale: che cosa festeggiamo il 25 aprile? Forse non festeggiamo tutti la stessa cosa. Per alcuni il 25 aprile è la festa della Liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca e nazifascista. La lotta per la Liberazione si conclude con la resa dei tedeschi e con la restaurazione di un sistema liberaldemocratico. Fra la lotta di liberazione e la ricostruzione degasperiana vi è perfetta continuità. Le vendette, gli eccessi, le uccisioni anche di tanti innocenti, su cui ha richiamato l’attenzione Giampaolo Pansa con il suo libro Il sangue dei vinti, sono dei crimini di guerra non meno deprecabili per il fatto che chi li ha commessi aveva combattuto dalla parte «giusta» nello scontro con il nazifascismo. A questo significato nazionale della festa del 25 aprile ha richiamato in modo instancabile Carlo Azeglio Ciampi nel corso di tutto il suo settennato di presidenza. Questo è uno dei suoi meriti che ne fanno considerare auspicabile una riconferma alla presidenza della Repubblica.
Il Paese ha ancora bisogno di questo alto magistero civile.
Questo primo significato del 25 aprile è anche quello che ha spinto ad andare in piazza la signora Moratti che accompagnava il padre, combattente decorato di questa resistenza.
Esiste però anche un’altra visione del 25 aprile a cui una minoranza feroce del popolo italiano è tenacemente attaccata. Alcuni il 25 aprile festeggiano una rivoluzione comunista iniziata e troppo presto interrotta, ma che comunque prima o poi bisognerà continuare a condurre a compimento.
Per questi, le violenze contro i fascisti sconfitti ma anche contro «l’avversario di classe», magari anche provvisoriamente alleato contro l’occupante tedesco, non sono una macchia sulla bandiera ma sono parte integrante della bandiera. Gli angloamericani non sono l’alleato che ha portato il peso maggiore della lotta per la libertà dell’Italia, ma sono piuttosto essi stessi l’occupante che ha impedito alla rivoluzione iniziata di compiere il suo corso.
Il ricostituito esercito italiano, sempre in questa prospettiva, è l’espressione di quella continuità dello Stato italiano che la rivoluzione doveva invece spezzare. I partigiani non comunisti sono visti con fastidio e si tende a negare il loro ruolo. La ricostruzione degasperiana lungi all’essere il compimento della lotta di liberazione è invece il tradimento della Resistenza.
Questo mito del tradimento della Resistenza (analogo capovolto del mito fascista della «vittoria mutilata» dopo la guerra del 1915-18) ha avuto larghissima circolazione nella sinistra italiana e ad esso si sono collegate anche le Brigate rosse nel momento iniziale e poi anche nelle fasi successive della loro attività.
Era lecito sperare che dopo gli anni di piombo quella visione, che divide gli italiani, fosse definitivamente archiviata. Essa riemerge invece negli incidenti di Milano e chiede una risposta responsabile e chiara.
Se si aderisce alla seconda visione del 25 aprile e della Resistenza, allora la presenza della signora Moratti era chiaramente una provocazione. Non ci si venga a dire che quei manifestanti volevano «solo» protestare contro una riforma della scuola a loro sgradita. La signora Moratti ha filosoficamente commentato che i fischi fanno parte della democrazia e ha certamente ragione. Si potrebbe obiettare che in una democrazia bene ordinata c’è un tempo e un luogo per ogni cosa e nel giorno della festa della Liberazione non ci si divide su una riforma della scuola, per quanto questa possa essere invisa. Anche questa risposta però non coglierebbe l’essenza del problema. Avrebbe avuto un’accoglienza diversa un altro qualunque esponente dell’attuale governo o della coalizione che lo sostiene? È lecito dubitarne. Basterebbe pensare al «trattamento» avuto dal sottosegretario Teresio Delfino a Cuneo il 24 sera in una analoga manifestazione, addirittura con l’invito da parte dei rappresentanti istituzionali locali del centrosinistra ad allontanarsi. La scomunica ideologica colpisce non una politica scolastica ma una metà del Paese. Per questo è necessaria una risposta forte che venga dai livelli massimi della coalizione che ha vinto le elezioni.
In quale 25 aprile si riconoscono Prodi e Fassino? In quale 25 aprile si riconoscono Diliberto e Bertinotti? Ed è possibile governare l’Italia senza avere chiarezza su questa questione che è l'antecedente immediato di scelte fondamentali che riguardano la collocazione internazionale del Paese e gli ordinamenti fondamentali della vita economica e sociale?
Una considerazione a parte meritano le bandiere di Israele bruciate nel corso di quella infausta manifestazione. L’Olocausto, lo sterminio degli ebrei, rappresenta il culmine della follia disumana del nazismo. L’uccisione programmata di milioni di innocenti votati alla sofferenza ed alla morte unicamente in nome della loro appartenenza razziale, vecchi, donne e bambini inclusi, è quell’oltrepassamento di ogni comune sentimento morale che giustifica la visione della lotta al nazifascismo come lotta per l’umanità e contro la barbarie assoluta. È una lotta che si pone al di là ed al di sopra di qualunque giustificazione nazionale o di classe. Bruciare la bandiera dello Stato ebraico il 25 aprile significa porre il proprio odio di classe al di là e al di sopra di qualunque sentimento di umanità.
* ministro dei Beni culturali