Quei genitori sono da bocciare

Marcello D’Orta

Martedì, studenti e poliziotti se ne sono date di santa ragione a Roma, ma per quanto le piazze della capitale siano grandi, non soddisferanno mai appieno la richiesta di bastonate che si leva da professori, studenti, bidelli, segretari, custodi, direttori didattici (che non si chiamano più così), presidi, provveditori (che non si chiamano più così), assistenti universitari, magnifici rettori, insegnanti di sostegno, ricercatori, eccetera. Per assistere ad uno spettacolo degno di tale reciproca (e atavica) intolleranza, bisognerebbe trasportarsi nella Valle di Giosafat. La Valle di Giosafat fu creata da Jahvè per risolvere (con le maniere forti) le questioni riguardanti la scuola italiana, eppure fino ad ora nessuno l’ha utilizzata. È un vero peccato, perché da lì, e solo da lì, uscirà la Scuola del domani.
I fatti di Roma hanno riportato alla memoria gli scontri di piazza degli anni Sessanta. Allora gli studenti contestavano genitori e insegnanti, adesso contestano la Moratti, ma c’è chi mostra il pugno soprattutto ai professori, e sono i genitori dei ragazzi. In che senso mostra il pugno? Mettendo in discussione la loro capacità di valutare, o addirittura ritenendo inutile l'esercizio della loro professione.
Ma procediamo con ordine. Nel 1993, due coniugi bolognesi, chiesero al Tar l’annullamento della promozione del figlio adottivo, ritenendola «inopportuna». Il ragazzo - a detta loro - aveva dei problemi, di cui la scuola non s’era accorta, e per questo la promozione era da ritenersi «sbagliata». Il singolare casus belli (ho insegnato per quasi due decenni, e non ricordo un solo anno in cui io o qualcuno dei miei colleghi non fossimo minacciati dai genitori di un alunno di «ricorrere alla Tac» - sic - se il figlio fosse stato bocciato) era tanto più singolare per la competenza in materia di quei signori, entrambi insegnanti. Essi, proprio come docenti avrebbero dovuto conoscere le conseguenze psicologiche di una bocciatura susseguente ad una promozione, il ritornare fra gli stessi banchi dopo di aver gioito con i compagni. Per di più, quel figlio adottivo era sudamericano, e non l’essere «riuscito a mettersi al passo con i coetanei dal punto di vista linguistico» (queste le rivendicazioni dei genitori) non poteva che essere ascritto ad una momentanea, naturale difficoltà di adattamento in terra straniera.
Qualche mese fa, i genitori di una studentessa di 15 anni, ammessa alla seconda classe di un liceo scientifico milanese, hanno manifestato (con tanto di cartelli appesi al collo) davanti alla sede del Comune, reclamando la sua bocciatura. Gli insegnanti della ragazza hanno confermato la preparazione dell’allieva, e per tutta risposta i coniugi sono ricorsi al Tar (come a dire: i professori non sono in grado di giudicare uno scolaro, i genitori sì).
Ora arriva un’altra bellissima notizia: una coppia del bresciano ha deciso di non mandare la figlia a scuola, di farle lezione in famiglia. E siccome la legge lo permette, ecco che la casa di questi tizi s’è trasformata in un circolo didattico. Io non so se per Federica (questo il nome della bambina) suonerà una campanella domestica, apprendo però che lo studio paterno è stato trasformato in un’aula, con tanto di scrivania, lavagna (va da sé che nessuno stilerà l’elenco dei «buoni» e dei «cattivi»), libri, quaderni, e tutto quanto «fa» classe. È garantita la lealtà didattica della fanciulla, non potendo né suggerire né copiare.
Perché i genitori di Federica sono giunti a tanto? Per amore, dichiarano, «per volerci dedicare a lei ancora di più, assecondare la sua natura, i suoi tempi, le sue peculiarità».
Come posso commentare questa notizia se non affermando che si tratta di una scelta infelice, di un gravissimo errore pedagogico e psicologico? La scuola non serve solo ad insegnare discipline, ma a socializzare. Uno dei primi obiettivi di un maestro è cercare di far interagire i piccoli (in questo, la scelta del compagno di banco riveste un ruolo fondamentale). La scuola si impegna a dimostrare al ragazzo che la società non è come la famiglia, sempre disponibile e affettuosa, e la scuola «riassume» la società, perché ci sono orari da rispettare, regole da seguire, comportamenti da assumere. E poi in classe devi misurarti con il professore (che è un estraneo) e i compagni, e trovi tanto quello più dispettoso quanto quello più leale. Così il bambino attiva le difese che gli saranno utili da grande. Oggi poi ci sono le classi multirazziali, che offrono la possibilità di confrontarsi con altre esperienze.
Infine, il mondo dei ricordi, che nell’ambito dell’apprendimento solo la scuola può dare: le marachelle, gli sfottò ai professori, le ansie e le gioie condivise, la prima cotta... Ad essere bocciati, certe volte, dovrebbero essere i genitori.