"Quei giorni di guerriglia e paura"

Ilaria Cavo ricorda: "Raccontammo scontri e saccheggi, il momento più difficile fu la notizia della morte di Carlo Giuliani"

Ilaria Cavo
I giorni del G8 di Genova li ho vissuti con l'ansia di tutti sommata all'adrenalina di una diretta, per una settimana davanti alle telecamere, dalle 8 del mattino alle 24 di sera, a raccontare cosa stava accadendo in città. Un programma non stop - trasmesso dall'emittente Primocanale - nato come informazione di servizio, per raccontare ai genovesi quali fossero le strade libere, i negozi aperti, dove potessero gettare l'immondizia o come dovessero modificare le loro abitudini. Fino al corteo pacifico del 19 luglio, la preoccupazione era quella di riempire quelle ore di contenuti. Poi l'adrenalina è diventata l'angoscia di sentire i colleghi, tutti in strada, sempre più affannati nei collegamenti telefonici fino a tossire, a scappare e interrompere il racconto di quello che stavano vivendo. Le immagini trasmesse dall'alto, dalle telecamere posizionate sui palazzi del centro, rendevano l'idea di quello che loro si sforzavano di raccontare. Erano i momenti di una cronaca che cambiava toni, che diventava il resoconto di una devastazione appena iniziata, nel primo pomeriggio del 20 luglio. Corso Buenos Aires, piazza Paolo Da Novi, via Montevideo, nella zona della stazione Brignole, cominciano a essere avvolte dal fumo dei lacrimogeni, dalla urla, dalle fiamme. Ma questo è solo quello che si può vedere a distanza, dall'alto.
Poi, ecco le immagini dei primi negozi incendiati, di fotocopiatrici e computer buttati in strada, di ragazzi vestiti di nero con bastoni in mano e caschi a coprire il volto che lanciano pietre contro le forze dell'ordine, rovesciano cassonetti, sradicano pali e tutto quello che trovavano lungo la strada, nella loro marcia verso il centro in una città improvvisamente indifesa, spaccata a metà, tra una zona rossa tranquilla e irraggiungibile e una zona gialla in mano ai manifestanti.
Sono queste le prime scene forti di un G8 vissuto in strada, fatto di immagini gettate in onda, commentate e ritrasmesse più volte. Immagini che contrastano con le riprese del vertice all'interno di Palazzo Ducale: da una parte Beirut, dall'altra Versailles. Forse anche per questo restano impresse negli anni: banche con i vetri distrutti, supermercati saccheggiati, macchine rovesciate, urla, falò di cassonetti ogni dieci metri di corteo. E poi le scena di poliziotti che si proteggono, poi caricano; e di ragazzi che scappano, rincorrono, continuano a gettare sassi e tutto ciò che trovano; e di altri, pochi che alzano le mani pitturate di bianco in segno di pace.
E ancora, poliziotti appesantiti dalla divisa antisommossa che si caricano i colleghi feriti sulle spalle, poi li affidano alle ambulanze impazzite, che provano a destreggiarsi in una città che non si riconosce più.
Già dall'alba di quell'interminabile 20 luglio, Genova si è era trasformata, di colpo, in una città in guerra. Nella zona della Foce erano comparsi centinaia di container in fila, come protezione aggiuntiva alle cancellate della zona rossa: evidentemente c'era stato un segnale, una telefonata, che aveva confermato: il movimento non era più nella mani degli interlocutori che, fino al giorno prima, avevano trattato con le forze dell'ordine. La situazione poteva scappare di mano, come poi è stato.
Si susseguono le immagini della devastazione in cui black bloc, tute bianche e nere, sindacati di base e pacifisti non si distinguono più. Fino a quando una collega, Elisabetta Biancalani, chiama e racconta di un ragazzo steso a terra senza vita in piazza Alimonda. Probabilmente (solo qualche ora dopo se ne avrà la certezza) colpito dalla pallottola di un carabiniere. Sono i momenti più difficili. Un altro corteo - solo in questo caso pacifico - sta costeggiando quella zona. Dare la notizia potrebbe provocare effetti incontrollabili. Forse sarebbe meglio aspettare, ma non si può. Si può solo raccontare quello che è successo con il tono più pacato, meno ansioso possibile, e poi, più tardi, mostrare la foto di una pistola, e il giorno dopo altre immagini. La mattina del 21 luglio la devastazione è ancora più incredibile e inarrestabile. Banche, tour operator, concessionarie di auto vengono sfasciate, incendiate. Di quegli uffici restano solo le scritte contro il vertice del G8 e contro lo Stato. Ricordo il racconto che una ragazza, impiegata alla Cisalpina tours, mi farà qualche giorno più tardi: i black bloc sono entrati all'improvviso, coperti in volto e con i bastoni. Prima di rannicchiarsi sotto la scrivania è riuscita a chiamare il fidanzato che per fortuna si trovava lì vicino, è corso a prenderla e a portarla via. Ma da quel momento è iniziato il loro calvario. Per una giornata intera sono rimasti incastrati nel corteo, senza essere no global, senza più riuscire a uscirne.
Un ufficiale della Finanza, ripreso dalle telecamere nella zona della Foce, era diventato «Robocop». Il simbolo dell’«arroganza del potere». In realtà l’ufficiale indossava solo le protezioni senza la divisa. Un gesto di generosità dovuto alla fretta dell’intervento scambiato per provocazione. Uno dei tanti in quelle ore. Quando, a mezzanotte in punto, finisce la diretta di questo secondo giorno infinito, i centralini della tv incominciano a squillare. Sono gli abitanti di Albaro che segnalano l'irruzione alla scuola Diaz: «Correte, sta succedendo di tutto». Raccontano di urla, di feriti, ma anche di ragazzi visti scappare prima dell'arrivo della polizia, di caschi e bastoni buttati. È lo stesso tenore delle telefonate, contrastanti, che si ascoltano sui nastri registrati quella sera dal 113 e dal 118. Ognuno, dalle finestre, vede una cosa diversa e quello che può. C'è chi racconta di ragazzi feriti, chi di averne visti vestiti di nero cambiarsi i vestiti. Il tempo di arrivare alla scuola ed ecco altre immagini che saranno trasmesse l’indomani di primo mattino: un furgone che abbatte il cancello della scuola, poliziotti che sfondano il portone in massa e scavalcare i banchi con i quali i no global hanno ostruito l'ingresso. Ma anche agenti con il manganello impugnato come non dovrebbero, al contrario. Barelle che trasportano ragazzi colpiti alla testa, al volto, insanguinati.
Viene filmato anche un sacchetto contente due molotov, che compariranno nel verbale di sequestro della Diaz e invece risulteranno arrivare da corso Italia, da un precedente sequestro. In questo filmato un funzionario della Polizia tiene in mano quel sacchetto e ha intorno tutti i dirigenti più alti in grado presenti a Genova. Tutti hanno visto quelle molotov? Tutti guardavano, capivano, sapevano? Oppure telefonavano e guardavano altro? Quel filmato dura soltanto nove secondi. È stato frammentato in tante foto per capire i movimenti, gli sguardi di tutti, per capire un G8 fatto di immagini, piccoli particolari, rapidi scatti.
Altri ne vengono fatti dai carabinieri di Genova, il giorno dopo il blitz, nelle due scuole occupate dai no global. Nella aule della Diaz il sangue è ovunque: sul parquet, sui giornali, sulle sedie, sulle pareti. Alla Pascoli non ci sono stati scontri. Qui, nella aule disordinate ma non distrutte, vengono fotografati catene, caschi, una maschera antigas per la guerriglia in strada e vestiti scuri, da tute nere. Chi li indossava? Cosa ci facevano li?
Altre immagini contrastanti, di un G8 che è non può essere solo l'irruzione alla Diaz e non è solo la devastazione di Genova.
Immagini di un puzzle, anche dopo anni, anche senza l'adrenalina di una diretta, comunque difficile da ricomporre.