Quei giovani che sognano nozze a vita col datore di lavoro

Ogni tanto torno in Italia per affari, mi piace molto tornare dove ho trascorso alcuni anni per frequentare un corso di specializzazione universitaria in business administration. In questi giorni ho visto un’intervista televisiva nella quale un giornalista della carta stampata ha detto che tutti i precari sono dei poveracci, disgraziati. Un termine che fa pensare non a lavoratori ma a qualcosa di molto simile ai paria indiani che nel mio Paese si collocano agli ultimi posti della scala sociale. Un atteggiamento che proprio non riesco a concepire. Sarà forse per una mentalità diversa, sarà perché da sempre l’italiano medio considera come unica realtà possibile il posto fisso, meglio ancora se alle dipendenze dello Stato. Atteggiamento che non condivido. Giovani che non aspirano ad altro se non attaccarsi a un posto a vita non rappresentano il futuro di una nazione. I pochi che hanno il coraggio di mettersi in discussione, che hanno voglia di competere con il resto del mondo in Italia non hanno nessuna chance di successo. Chi ha i numeri prende e fa le valigie, va a lavorare dove tutti sono precari, dove perso un posto se ne trova un altro. Sono un precario, oggi lavoro, domani che il mio datore trova qualcuno che è più capace di me lavorerò da qualche altra parte. Vado fiero di questa mia libertà, vado fiero di poter scegliere liberamente il mio posto di lavoro. Sapere di avere dei numeri e sapere di aver deciso di non utilizzarli avendo scelto di sposarmi a vita con il mio datore di lavoro farebbe a pugni con la mia coscienza.