Quei grattacieli demoliti dai ricorsi al Tar

Tra le ultime esternazioni di Letizia Moratti, ce n'è una che merita di essere condivisa: «Sono stufa di sentire critiche generiche al piano di rinnovamento di Milano e la denigrazione di tutte le opere in programma: se Celentano ha un bel progetto, me lo porti e mi impegno ad esaminarlo». Credo che il sindaco abbia messo il dito sulla piaga: in questa città, qualunque cosa si faccia, anche la più bella, anche la più utile, trova sempre qualcuno pronto ad impallinarla, ed i media pronti a dare fiato alle loro trombe. Siamo arrivati al punto che una Tv nazionale ha dato ampio spazio ad alcuni abitanti delle case intorno alla vecchia fiera, che protestavano perché i tre grattacieli che stanno per sorgervi porteranno loro via un po' di sole. È evidente che ogni novità può essere discussa, perché gli edifici sono come le donne: possono assumere mille aspetti diversi e, a seconda dei gusti, piacere o non piacere; ma pretendere di fermare tutto - anche a suono di ricorsi al Tar - soltanto perché non incontrano una impossibile unanimità di giudizio è insensato. Si finisce con il condannare una città all'immobilismo - o almeno al totale anonimato urbanistico, quando il bisogno di rinnovamento è evidente. Basta avere viaggiato un po' per rendersi conto che, di tutte le grandi metropoli internazionali (e non parliamo solo di New York), Milano è forse la più scarsa di edifici che superino i venti piani, e ha al massimo tre «grattacieli» di qualche interesse architettonico. Perché insorgere ora che ne stanno arrivando una serie, firmati da architetti illustri, che daranno un sicuro segnale che la città è entrata nel Terzo millennio? Probabilmente, se i nostri antenati si fossero comportati così (ma allora non c'erano i comitati...) non avremmo né la Scala, né palazzo Reale e forse neppure il Duomo.