Quei gufi in agguato per ribaltare il voto

Dalle manovre di Fini al grande centro di Casini; dal "governissimo" di
Montezemolo ai sogni di vendetta di D’Alema: ecco chi tenta di
rovesciare l’esecutivo. Ma Calderoli avverte: "Niente colpi di mano,
piuttosto si va subito alle urne"

Per anni hanno cercato posto nelle foto di Berlusconi, o spazio in un sommario della politica. Alleati rassegnati, nemici perdenti, nel tempo hanno sfumato il colore della loro diversità. Ma ora, eccitati da un esproprio giudiziario, sono convinti che il padre di tutti i lodi possa finalmente rendere loro quella giustizia che il voto ha sempre negato e cominciano a credere di potersi liberare del loro incubo peggiore. Il più esplicito è Francesco Rutelli, forse perché è quello che non ha nulla da perdere. Anche ieri, dalla Annunziata, ha ribadito la propria ambizione: «Se il lodo Alfano venisse bocciato, piuttosto che andare alle urne si pensi a un governo del presidente».

Ma quale presidente? Il primo nome che viene in mente è quello di Gianfranco Fini. Vuoi perché lui presidente lo è già, vuoi perché ultimamente ha marcato in modo quasi ossessivo la sua diversità da Berlusconi. Da quando a Genova si è «iscritto» al Pd, non è passato giorno senza che chiedesse cittadinanza a chiunque. Dagli immigrati al grande centro, passando da Montezemolo, per finire lodato addirittura da il Fatto. È vero, Berlusconi ha detto chiaramente, a lui per primo, che qualora questo governo cadesse, non esisterebbe altra strada se non quella delle elezioni anticipate. E Fini non è Dini. Prima di giocarsi quello che resta del suo futuro farà bene i conti. Non bastano delle firme per avere una maggioranza. La Repubblica ha sbandierato che erano quasi mezzo milione, ma senza la Cgil la piazza non sarebbe stata del popolo. E lui ha soltanto una lettera con sì e no una cinquantina di firme vere. La prudenza consiglierebbe di continuare a logorare il premier, aspirando al Quirinale.

Ma Casini freme e gli fa credere che ci sia un Paese che cerca un grande centro di gravità permanente. E Montezemolo lo invita il 7 ottobre a un convegno con Enrico Letta che è tutto un programma: «L’Italia è un Paese bloccato. Muoviamoci!». E il 7 ottobre non è un giorno qualsiasi. Potrebbe essere il giorno in cui la Consulta boccerà il lodo Alfano. E allora a Fini potrebbe anche venir voglia di muoversi.
Nel frattempo, però, si è mossa la Lega, decisa a smascherare chi trama nascosto tra le sottane della D’Addario. Sia per fedeltà al premier, sia perché il Carroccio ha tutti gli interessi che questo governo non cada, dovendo ancora approvare i decreti attuativi del federalismo fiscale. Calderoli è stato categorico: «Se continueranno gli attacchi a tutto campo al premier, tesi a logorare il governo, la Lega non starà a guardare e chiederò a Bossi che si vada al voto anticipato, così chi agisce nell’ombra dovrà venire allo scoperto».
Insomma, malgrado il bipolarismo la politica italiana resta il luogo del possibile e anche il teatro dove gufi e saltimbanchi continuano a recitare la loro arte. Il verdetto degli elettori è stato chiaro, inequivocabile, blindato. Ma in Parlamento c’è sempre spazio per organizzare qualche trappolone e nella maggioranza, che sostiene Berlusconi, c’è sempre qualche parassita che spera di lucrare una rendita di posizione. Ecco perché contro ogni buon senso, mai come oggi il gorgoglio lunare dei gufi si è fatto intenso. Qualche oppositore accende ceri alle madonne e soprattutto alle procure, sperando che qualcun altro faccia il lavoro sporco, che qualche decreto o qualche sentenza possa ribaltare quello che gli elettori hanno deciso. In un Paese normale, come quello che una volta sognava D’Alema, la sentenza di un tribunale su una vecchia querelle tra gruppi imprenditoriali sarebbe un capitolo per appassionati di storia. Nel Paese dei gufi diventa il segnale per una rivolta. E chissà che non ci sia anche qualcuno, ora che Berlusconi potrebbe diventare più povero, che speri di incontrarlo, come si augurava D’Alema, in qualche angolo della strada a chiedere l’elemosina. Nel Paese dei gufi il capo dello Stato viene ingiuriato in una pubblica piazza da un caudillo di partito perché si rifiuta di ribaltare quello che il Parlamento ha sovranamente deciso. Nel Paese dei gufi il giudizio di una Corte costituzionale somiglia a un verdetto di vita o di morte, pronunciato da qualche re capriccioso.

Ma i gufi sono in agguato, si appassionano, tramano, lavorano di notte perché non hanno il coraggio di mostrare il loro volto alla luce del sole. Però anche in questo Paese, che è l’Italia, un po’ strano, e ammalato di machiavellismo di quarta classe, tutto questo lavorio porta a nulla. I numeri sono numeri e qualche volta, come nel caso di Berlusconi, sono anche sentenze.