Quei gulag che Bertinotti ignora

Giancristiano Desiderio

Cosa sono le Umap? Lo scrittore Mario Vargas Llosa, non sospettabile di simpatie per la destra, lo ha detto chiaramente: «Nelle società comuniste la discriminazione e la persecuzione degli omosessuali furono tanto feroci quanto nella Germania nazista. Fidel Castro per esempio creò le Umap, Unità militari di aiuto alla produzione, campi di concentramento dove erano rinchiusi gli omosessuali assieme a criminali e dissidenti politici». Jean-Paul Sartre, neanche lui con simpatia a destra, una volta disse che gli omosessuali sono gli ebrei di Castro. Però, per il presidente della Camera Fausto Bertinotti «Fidel è un protagonista insostituibile».
Non vogliamo sollevare una questione di verità che riguarda il poco conosciuto mondo dell’«universo concentrazionario» castrista. Perché il dovere di un'istituzione non è quello di nascondere la verità, ma quello di proteggerla. Jesùs Dìaz, esule cubano, pochi mesi prima di morire, ha scritto in coda a Una càrcel rodeada de agua: «L'Arcipelago gulag cubano non ha neanche un nome; i suoi superstiti e le migliaia di prigionieri che ancor oggi abitano questo inferno non hanno neppure conquistato un vero spazio nella coscienza internazionale». Il dovere del presidente della Camera italiano non è quello di nascondere i gulag di Fidel Castro, ma quello di rivelarli. Se lo ignora, gli segnaliamo una edificante lettura: il libro di Félix Luis Viera, passato attraverso le Umap, Il lavoro vi farà uomini, edito in Italia da Cargo. Con poesia Viera testimonia l'intolleranza che ha segnato la società cubana: è un romanzo verità, ancora all'indice, dedicato «a tutti gli omosessuali e le checche» rinchiusi nei gulag di Fidel. I campi di concentramento cubani furono realizzati, come ricorda Guido Vitiello nella postfazione al libro di Viera, tra il 1964 e il 1965, per lo più nella provincia centrorientale di Camaguey e vi sono passate decine di migliaia di giovani cubani. Norberto Fuentes, ex castrista «non pentito», una volta ha descritto le Umap: «Campi di concentramento non è qui una figura metaforica per ingiuriare il castrismo. Campo di concentramento è un terreno circondato da filo spinato elettrificato, con torrette di guardia, riflettori e cani, dove centinaia di schiavi affamati stanno ammucchiati nelle loro baracche». La funzione delle Umap fu chiarita dallo stesso Líder Máximo nel 1966: «fare in modo che questi giovani modifichino la loro attitudine, educandosi, formandosi, salvandosi». Un piano di rieducazione attraverso il lavoro, nella più schietta tradizione staliniana. Omosessuali, capelloni, bohémiens, rockettari, «parassiti» improduttivi, seminaristi cattolici, protestanti, testimoni di Geova, avventisti del settimo giorno, santeros e chiunque non andasse troppo a genio a Castro e al suo regime: tutti nell'inferno dell’Umap. Gli omosessuali, tra le vittime ignote del regime di Castro, sono quelle più note. Perché, entro certi limiti, l'ossessione anti-maricas del comunismo cubano è stata portata alla luce. All'ingresso dei campi di concentramento c'era l'enorme scritta: El trabajo os harà hombres, «Il lavoro vi farà uomini». La Revoluciòn «è coperta da una irsuta cappa di maschilismo» scrive Montaner. Castro, in tempi recenti, ha cercato di scrollarsi di dosso questo suo passato e nel «documentario» celebrativo Comandante, del 2003, davanti a un intimidito e genuflesso Oliver Stone che gli chiede ragguagli sulla condizione degli omosessuali a Cuba, risponde, evasivo, che c'è stato il «problema del machismo». Lui, «l'insostituibile» dittatore, boia che volle i campi di concentramento risponde come se quasi non sapesse. E Oliver Stone incassa la menzogna come se fosse verità. Ma noi che ora sappiamo, possiamo fare come Stone o come il presidente della Camera che falsifica la verità a beneficio dell'ideologia nella quale, evidentemente, ancora crede?
Le Umap sono forse la pagina più buia del totalitarismo cubano. In quei campi i militari di Castro perpetrarono brutalità di ogni sorta, al punto che molti prigionieri preferirono infliggersi mutilazioni a colpi di machete nella speranza di sfuggire a quell'inferno o, in casi estremi, scelsero di suicidarsi. Ritenere che Castro sia «insostituibile», elogiarlo pubblicamente come ha fatto il non-violento Bertinotti significa offendere la memoria di quegli uomini che nei campi di concentramento di Fidel Castro furono seviziati, uccisi e denudati della loro dignità.