Quei legni dai riflessi d’oro che davano fede ai lombardi

Da venerdì il Castello ospita la mostra «Maestri della scultura lignea nel ducato degli Sforza», un’ottantina di importanti opere realizzate tra XV e XVI secolo

Ferdinando Maffioli

«Legno sta a marmo, come arte minore sta ad arte maggiore, come artigiano sta ad artista». Era questa l’«equazione critica» con cui Francesco Malaguzzi Valeri vagliava, in un suo libro del 1917, la scultura lignea lombarda del XV e XVI secolo. Su intagli figurativi, anconette, bassorilievi dorati e policromati, il famoso critico d’arte era dunque più portato a riconoscervi «la mano grossolana dell’artigiano» che le nobili coordinate dell’artista.
Giudizio ribaltato, in quello stesso anno, dal giovane Roberto Longhi, che biasimava l’angusta prospettiva del Malaguzzi sulle opere dei maestri del legno «per nulla inferiori a molte vere e proprie sculture (arte maggiore!)». La mostra «Maestri della Scultura in legno nel ducato degli Sforza», aperta da venerdi (e fino al 29 gennaio) nelle sale Viscontee del Castello offre al visitatore circa 80 opere tra le più importanti della scultura lignea prodotta in Lombardia tra ’400 e ’500. Una regione in cui i confini si estendevano dal Piemonte occidentale fino all’Emilia settentrionale e dove Milano, con la sua corte ducale, era centro propulsore di arte e cultura.
D’altra parte, prima della Controriforma, ogni chiesa lombarda aveva una scultura in legno di un certo valore. Materiale poco costoso e che, molto più del marmo e della pietra, poteva, colorato e splendente d’oro, meglio coinvolgere emotivamente il credente e la sua devozione. Lavori realizzati anche dai più famosi pittori, come Foppa, Luini, Guadenzio Ferrari. Oltre ai Crocefissi, gli edifici sacri ospitavano spesso monumentali gruppi raffiguranti il «Compianto sul Cristo morto» e grandi polittici (pale d’altare «a libro»). Se diamo ascolto a Paolo Morigi, che a inizio Seicento enumera con orgoglio gli edifici religiosi in città - «Dico adunque, che in Milano ci sono ducento, e trent’otto Chiese... Dirò ancora come in questa Città ci sono trenta Monasteri de’ Frati... e ci sono trentaquattro honorati Monasteri di Monache» - ci si rende conto dell’alto numero di lavori in legno che dovevano esistere. Dopo il Concilio di Trento gran parte di queste «scene vive» fu sostituita con altari e sculture in marmo e bronzo, più durevoli e più in sintonia con il nuovo gusto classicista e accademico che si impone nel Cinquecento.
Nonostante ciò, il patrimonio delle opere lignee del Rinascimento lombardo è ancora valido. Lo dimostra questa esposizione, promossa dal Comune, e risultante del grande lavoro di ricerca condotto da un comitato scientifico presieduto da Giovanni Romano («padre nobile» sulla gran scena della scultura lignea lombarda) e costituito da Claudio Salsi, Marco Albertario, Raffaele Casciaro, Daniele Pescarmona e Francesca Tasso.
Il percorso è diviso in tre settori cronologici e, con un forte impatto scenografico, viene incontro, spiega Romano, «all’esigenza del pubblico di non smarrirsi nella selva di opere e nomi». I tre nuclei sono centrati sulle grandi opere dei maggiori «artigiani» del tempo, tra cui i De Donati, compatta famiglia di pittori e scultori, e i Del Maino, dove giganteggia Giovanni Angelo, creatore di nuovi modelli scultori. All’inizio abbiamo il Cantiere del Duomo, poi le grandi ancone (tavole d’altare, dipinte o scolpite) prodotte dal 1480 a fine secolo per importanti luoghi sacri lombardi e ticinesi, infine i grandi complessi devozionali tra Varese, Como, Pavia e Piacenza a inizio Cinquecento. «Un’occasione irripetibile - conclude Romano - per la conoscenza della cultura figurativa lombarda», di una scultura certo non minore, con proprie finalità e che aveva tra i committenti anche gli stessi Sforza.