Quei Longobardi extracomunitari

Armi, bagagli, baracca e burattini. Da quando, alle soglie dell’era cristiana, il popolo dei Winnili abbandona la Scandinavia per il bacino occidentale della bassa Elba e forma la gens Longobardorum a quando, oltre cinque secoli dopo, re Alboino mette gli occhi sulle fertili pianure italiche, i Longobardi si muovono così. Divisi in fare, a un tempo clan familiari e unità militari, con al seguito donne, schiavi, mandrie e bambini, tagliavano i ponti col passato per insediarsi in nuovi territori. Dopo molto peregrinare, dopo essersi installati in Pannonia, Boemia, nella Savia e nel Norico, dopo aver militato come federati nell’esercito bizantino contro gli Ostrogoti, la loro trasmigrazione nella penisola fu pressoché completa. Certo, Alboino, nel partire verso quella Padania che le sue truppe avevano occhieggiato dalle file imperiali si era cautelato con gli alleati Avari: se l’invasione non avesse avuto successo, costoro avrebbero consentito ai Longobardi il rientro nella natia Pannonia. Ma così non fu.
L’immaginario costruito sui banchi di scuola si fissa soprattutto su quattro istantanee: Alboino, il conquistatore dell’Italia, che porge a Rosmunda un calice costituito dal teschio del padre costringendola a bere; Rotari, nell’atto di promulgare, di fronte all’assemblea del suo popolo in armi, l’editto che ne porta il nome e che contiene la prima codificazione scritta del diritto longobardo; Teodolinda, la piissima e cattolicissima regina (anche lei, però, responsabile di ammazzatine assortite), sposa prima di Autari e poi di Agilulfo, sodale di papa Gregorio Magno e protagonista della conversione all’ortodossia dei Longobardi ariani e pagani, nell’atto di ricevere la Corona ferrea. Infine, l’Adelchi di Alessandro Manzoni, specie il coro «Dagli atri muscosi», che raffigura la fine della dominazione longobarda nella penisola.
Ma c’è molto di più. Jörg Jarnut, storico dell’Università di Paderborn ma accurato conoscitore di cose italiane altomedioevali, dona un affresco rapido ma completo del popolo guerriero. La ricostruzione si muove su due filoni principali. Da un lato, le vicende belliche e dinastiche dei longobardi, la loro trasformazione progressiva (verrebbe da dire, la loro civilizzazione) da sanguinario popolo di guerrieri in casta dominante infine parzialmente romanicizzata. La progressiva adesione al cattolicesimo. Il tentativo, riuscito provvisoriamente e mai completamente, di unificare la penisola sotto un’unica corona (col corrispettivo definirsi della strategia papale, destinata a durare circa un millennio, del «divide et impera»). Le lotte coi concorrenti «barbari», in un gioco spregiudicato di alleanze e conflitti, di giri di valzer, matrimoni, omicidi, e con la superpotenza bizantina. L’abbraccio, che doveva poi risultare fatale, con i Franchi.
Dall’altro lato, degli spaccati descrivono invece più dettagliatamente la storia sociale longobarda. L’evoluzione da «orda» di popolo in armi verso un potere regio centralizzato, in perenne tensione con i «duchi», capi militari e civili a un tempo, e soprattutto con i ducati autonomi meridionali di Spoleto e Benevento. I meccanismi della cristianizzazione, dall’iniziale paganesimo, all’arianesimo, all’ortodossia cattolica in funzione anche di «instrumentum regni». Le modalità di rapporto di quella che fu sempre un’estrema minoranza etnica con le comunità autoctone, dall’iniziale pura e semplice spoliazione dei patrimoni dei patrizi romani a tentativi di integrazione destinati sostanzialmente al fallimento per l’opposizione dei Longobardi più tradizionalisti. L’urbanizzazione. Il diritto.
Emerge, nella narrazione di Jarnut, soprattutto la figura di re Liutprando. Nelle parole di Paolo Diacono, «fu un uomo di molta saggezza, accorto nel consiglio, di grande pietà e amante della pace, fortissimo in guerra, clemente verso i colpevoli, casto, virtuoso, instancabile nel pregare, largo nelle elemosine, ignaro sì di lettere ma degno di essere paragonato ai filosofi, padre della nazione, accrescitore delle leggi». Una sorta di Marco Aurelio redivivo, verrebbe da dire. Eppure, anche la descrizione certo più profana che ne fa lo storico mostra un personaggio di tutto rispetto, in grado di dominare come nessun altro, prima e dopo di lui, le sorti della sua gente, perennemente in tensione tra le varie fazioni in lotta per il potere, talmente divisa da consentire, pochi decenni più tardi, a Carlo, non ancora Magno, di sbarazzarsi senza troppa fatica del pur accorto re Desiderio e di porre fine a un’esperienza durata circa due secoli.
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