Quei magistrati con licenza di sbagliare

Sì, dagli al fannullone, dagli al pubblico dipendente che va in ufficio e, letto il giornale, s’imbosca o va a fare spese, lasciando marcire pratiche già coperte di polvere e che, tuttavia, contengono, pur nel linguaggio burocratese, bisogni, speranze legittime, rappresentazione di sacrosanti diritti dei cittadini che quegli impiegati mantengono. Dagli all’assenteista cronico, malato immaginario eppure retribuito. E poi? Non concentriamoci sui «ministeriali» e sui dipendenti degli enti locali e parastatali, non spariamo soltanto sui «distaccati», allarghiamo la visuale anche a categorie più protette dei travet di ogni grado. Ai magistrati, per esempio, che mai e poi mai accetterebbero di essere paragonati agli altri pubblici funzionari e che, però, sono pagati con pubblici denari e dovrebbero, anche loro, essere soggetti a verifiche su quella che gli esperti fiduciosi chiamano produttività. Abbiamo un numero di magistrati comparabile a quello di Francia, Germania, Inghilterra, ma i tempi della giustizia nel nostro Paese, che pure è laico, sono biblici, con mostruosi carichi di arretrato nel civile e nel penale. Colpa del sistema e delle leggi, si dirà, ma siamo sicuri che in questa progressione di obblighi inevasi non abbia qualche peso anche l’inerzia di parte (non di tutti) dei magistrati? La cronaca, pur senza avere l’autorità della storia, è una maestra severa. Prendete il caso del moldavo che per sfuggire alla polizia ha ucciso, a Roma, un ragazzo. Questo immigrato irregolare viveva di furti d’auto e di moto. Qualche tempo fa era stato beccato su una motocicletta rubata, ma al giudice benevolo aveva spiegato che non poteva essere trattenuto in carcere, dato che la sua compagna era incinta. Il magistrato aveva accolto la richiesta e aveva deciso che il clandestino ladro fosse accolto in un centro di permanenza temporanea. Ma questa struttura era superaffollata e il ladro era stato respinto, con l’invito a tornarsene a casa. Invito che il moldavo ha ignorato, per compiere le ulteriori prodezze che ci addolorano. Ebbene, un controllo, anche telefonico, sulla possibilità d’accoglienza nel Cpt non si poteva fare? I magistrati debbono limitarsi a mandare avanti carte e faldoni senza soffermarsi sugli effetti delle loro decisioni? Con la stessa burocratica nonchalance debbono valutare, basandosi su carte e perizie di maniera, il diritto ai permessi di detenuti che, appena scarcerati, tornano a delinquere? La cronaca ci incalza. Storie di motivazioni di sentenze che ritardano anche di otto anni, vicende dolorose di giustizia negata perché ritardata oltre i limiti della possibilità di attesa delle vittime. E non parliamo dei boss scarcerati, anche con un pedigree di assoluta pericolosità sociale, per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Ma certi magistrati non solo non conoscono l’eccesso di zelo, si astengono anche dallo zelo. È la realtà italiana che lo conferma, con una casistica che non ci fa onore e che vorremmo ignorare. Ma che c’è. Il Consiglio superiore della magistratura queste realtà le conosce, ma finge d’ignorarle. Difende sempre e comunque gli appartenenti alla casta e spara su chi la critica. Delegittimazione, lesa maestà. Corro il rischio di apparire un nemico della presunta élite morale del Paese, Ma mi aspetto, come tutti, di avere una giustizia più efficiente.