Quei "maledetti" campi profughi culle dei terroristi legati a Osama

Tre su dodici ospitano le roccheforti dei nuovi seguaci di Al Qaida, una di queste è nella zona dell’Unifil, dove ci sono 2.500 soldati italiani

Molti libanesi considerano i campi profughi libanesi la vera “maledizione”. Di certo la nuova guerra contro Fatah Islam, locale filiazione di Al Qaida, scaturisce da uno di quei campi. Di certo domenica, quando l’esercito diede il via al bombardamento del campo di Nahr el Bared, a nord di Tripoli, molti libanesi invitavano a farla finita con Al Qaida, ma anche con i palestinesi.
La “maledizione” si inizia nel 1948 con l’esodo di oltre centomila profughi dai territori del nuovo Stato israeliano. Si concretizza nel 1969 quando Olp e Lega Araba impongono lo scellerato accordo che trasforma i campi profughi in feudi svincolati dall’autorità statuale libanese e inaccessibili per esercito e polizia.

Oggi i 400mila profughi palestinesi, un decimo della popolazione, vivono in dodici campi profughi, undici dei quali concentrati intorno a Tiro, Sidone, Beirut e Tripoli, le quattro città allineate sulla costa che dal confine israeliano sale verso la Siria. I campi palestinesi sono da un decennio le zone più esposte al contagio alqaidista.
La penetrazione incomincia a metà degli anni 90 nel campo di Ein el Hilweh, alla periferia di Sidone, abitato da oltre 45mila palestinesi. Lì si stabilisce un centinaio di militanti palestinesi reduce dall’Afghanistan e pronto a dar vita ad Asbat al Ansar, la “banda dei partigiani”, vera cellula primigenia di Al Qaida in Libano. A ispirarli è Abu Mahjan alias Abdel Karim as Saadi, un predicatore sunnita condannato a morte nel ’96 per l’assassinio di un altro religioso.
L’arrivo di Al Qaida non sfugge al grande controllore siriano, che per qualche ragione si guarda bene dall’intervenire fino ai primi del 2000. Nel gennaio di quell’anno i militanti di Asbat al Ansar tentano un colpo di mano simile a quello odierno nei pressi di Tripoli ingaggiando una battaglia di una settimana in cui perdono la vita 45 persone. Oggi la cellula del campo profughi di Ein El Hilweh, guidata dallo sceicco integralista Jamal Hatad, è il centro d’arruolamento per i volontari pronti a raggiungere le basi di Al Qaida in Irak.

La diffusione del contagio integralista rischia di rivelarsi nefasta per il contingente dell’Unifil schierato a sud del fiume Litani e per i 2.500 soldati italiani che ne fanno parte. L’allarme raggiunge l’apice a metà febbraio, dopo un’operazione segreta dell’intelligence libanese dentro Burj el Shemali, il campo profughi nei pressi di Tiro dove vivono 75mila palestinesi. L’operazione, decisa su segnalazione occidentale, porta all’arresto di 31 persone e al primo effettivo ritrovamento d’esplosivo liquido dopo la scoperta, a luglio, di un complotto integralista per abbattere 10 aerei in volo da Londra agli Stati Uniti.
A Burj el Shamali, tenuto sotto strettissima sorveglianza dall’intelligence dell’Unifil, era già stata segnalata a partire dall’autunno l’infiltrazione di centinaia di militanti di Al Qaida provenienti da Sudan e Yemen. L’attività di quindicimila caschi blu, oltre a rappresentare un irresistibile magnete per i votati al terrorismo suicida, ha paradossalmente facilitato l’arrivo delle avanguardie del terrore.

Quando, nel dicembre 2005, Asbat al Ansar lanciò un attacco a colpi di katyusha contro Israele, Hezbollah rivendicò il controllo di qualsiasi operazione nel sud e consegnò al governo libanese una dozzina di militanti integralisti.
Dopo l’arrivo dell’Unifil e il ridimensionamento dell’egemonia territoriale di Hezbollah le forze alqaidiste hanno approfittato della situazione per scendere da Ein el Hilweh, infiltrarsi nel campo di Burj el Shemali e da lì nei villaggi sunniti di Al-Abbasiyah, Dahira, Yarin e Urjub al confine con Israele.