QUEI MANAGER SENZA TETTO

Niente tetto, continuiamo a fare un po’ acqua. O meglio, acquolina. Acquolina in bocca soprattutto ai grandi manager di banche e imprese: anche quelli che chiedono aiuti allo Stato, infatti, potranno continuare a intascare maxi-stipendi e bonus a volontà. Proprio così: con una mano pretendono dai contribuenti denari per aiutare le loro imprese in panne, con l’altra si portano a casa emolumenti da Paperone. Ma non avevamo detto che era l’epoca della responsabilità? Niente da fare: l’emendamento che voleva porre fine al malvezzo, infatti, si è inabissato ieri alla Camera. Via il tetto dei 350mila euro: l’aveva proposto la Lega, l’hanno impallinato le procedure. «Inammissibile per materia», dal momento che la materia era il decreto salva-auto. Trattasi di questione tecnica, ci spiegano gli esperti. Forse l’emendamento sarà ripresentato. Sarà.
Nell’attesa sarebbe bene aprire una riflessione sul tema, a costo di dover dare ragione a Obama. Il presidente col cavolo (alla Casa Bianca) ha avuto, per la verità, un esordio piuttosto zoppicante e pare in confusione su tutto. Ma sulla questione dei bonus ai manager dell’Aig ci ha visto giusto. E si è indignato: com’è possibile regalare 165 milioni di dollari ai dirigenti che hanno portato il gigante assicurativo alla catastrofe? Com’è possibile soprattutto dal punto di vista dei contribuenti, dal momento che quel gigante assicurativo oggi è tenuto in vita solo dagli aiuti statali?
Obiezione sensata. Vale anche per noi? L’Italia, lo abbiamo detto molte volte, non è nelle condizioni degli Stati Uniti. Noi non abbiamo né i loro buchi né i loro scandali. Non abbiamo manager come John Thain (Merrill Lynch) che a dicembre ha chiesto alla sua società vacillante un bonus di 10 milioni di dollari o come Charles Prince che ha lasciato Citigroup in bancarotta portandosi via una buonuscita di 138 milioni di dollari. Noi non abbiamo i dirigenti che festeggiano nei resort della California mentre la loro banca precipita verso il fallimento. E non abbiamo nemmeno Richard Fuld, l’uomo che ha condotto Lehman Brothers al crac intascandosi il maxiemolumento da 72 milioni di dollari.
In Italia tutto questo non c’è. Però in Italia ci sono molte aziende che chiedono aiuti allo Stato. Per carità: è giusto che lo Stato le aiuti. Ma forse, allora, in qualità di cittadini contribuenti, e da questo punto di vista anche un po’ azionisti, ci sentiremmo di dire che chi chiede denaro alle casse pubbliche deve usare poi quei denari per far crescere l’azienda. Non per dare i maxi assegni ai manager. Vi pare? E solo un’osservazione di buon senso. Questo Giornale, come sapete, non ha nulla contro chi guadagna molto. Anzi. Da sempre pensiamo che sia giusto che chi ha incarichi di alta responsabilità sia remunerato bene, e anche benissimo se fa arricchire la sua azienda. Ma se le aziende sono sull’orlo del fallimento? Se dobbiamo mantenerle a suon di pubblici contributi?
La crisi, l’abbiamo detto tante volte, non è la fine del capitalismo, ma l’occasione che il capitalismo ha per liberarsi dai suoi vizi. Fra questi c’è, al primo posto, la perdita del senso di responsabilità. Eravamo arrivati al sovvertimento del principio cardine del rischio d’impresa: chi perdeva non pagava, anzi chi più perdeva più guadagnava. È questo il virus che ha portato il nostro sistema ad accartocciarsi su se stesso, il virus che ora va debellato. Il nuovo governatore Draghi ha annunciato ieri che a giugno nelle banche arriveranno regole per gli stipendi dei manager. È una buona notizia. Se arrivassero nuove regole anche per le aziende che chiedono soldi allo Stato, sarebbe ancor meglio. Emendamento o non emendamento: chi sta chiedendo grandi sacrifici ai lavoratori e ai contribuenti, in fondo, non dovrebbe far fatica a dare il buon esempio. Se 350mila euro, poi, vi sembrano un sacrificio.