Quei «martiri» milionari del nostro pallone in rosso

Sembra l’inizio di una grande fuga. Zamparini si guarda allo specchio e si domanda: «ma chi me l’ha fatto fare?», non risolve l’interrogativo e mette in vendita il Palermo. Garrone nuota nel petrolio ma la Sampdoria sta inquinando la sua esistenza di signore antico e benestante, dunque in caso di offerta multimilionaria si può procedere alla cessione. I Sensi non aspettano altro, la banca ha già preso possesso delle azioni, la Roma cerca una nuova lupa per tettare. Il Bologna viene svergognato, non paga gli stipendi, il nuovo padrone è minacciato dai tifosi «non farti vedere allo stadio», si vende, si compra, non si sa bene come e a chi. Moratti sussurra ai parenti di essere stufo di continuare a mettere soldi per un’impresa che spesso gli crea turbamenti di cuore e molestie mediatiche. Cairo ha capito che il Toro non è da corrida e i tifosi granata vorrebbero matare lui, l’Urbano ormai traballante. Nella stessa città si sussurra che Marchionne intenda dismettere la Juventus, voce a perdere nell’immagine e nei conti, avanti c’è posto per eventuali acquirenti.
I milionari in lacrime sono la fotografia di un calcio, il nostro, alla ricerca del tempo perduto. Non ci sono più i bei denari di una volta, o forse sono stati e ancora vengono impiegati su itinerari diversi, cresce il fatturato dei procuratori, va in rosso il bilancio dei club, i presidenti si sono accorti che altri magnano sulla loro pelle, i calciatori fanno i furbi, gli agenti anche, il nostro prodotto non attira come quello britannico.
I motivi sono molteplici, i lacci e lacciuoli politici, la burocrazia eccessiva, ossessiva ma soprattutto il fatto che a differenza delle società britanniche, inglesi e scozzesi che offrono nelle trattative le proprietà immobiliari con tutti gli annessi, da noi oltre al titolo sportivo che altro possiamo mettere sul tavolo? E del titolo sportivo che cosa possono fare i milionari interessati all’acquisto? Nulla, un distintivo all’occhiello, la bandiera incollata al muro dell’ufficio, la fotografia ufficiale dei prodi, basta.
Il calcio italiano è alla svolta, al bivio. Non è più Eldorado, semmai è isola contaminata, i grandi calciatori scelgono altre mete professionali, da noi sbarca qualche campione ma è un’eccezione, il resto è ciurma anonima. Gli stadi non si riempiono più, la televisione presente sempre, dovunque, comunque, allontana il pubblico, le famiglie vedono Ivan il terribile e se la svignano, insomma il quadro non è idilliaco, il paradiso non può più attendere e allora i presidenti fanno i conti, aderiscono con entusiasmo al fair play finanziario dell’Uefa, sottovoce dicono a Platini di perseverare ma, con la mano destra cercano di tenere buona la tifoseria calda.
A proposito, il dodici di dicembre l’Uefa comunicherà, in occasione di una conferenza stampa, l’elenco dei club «immorali», quelli che prendendo la stagione di riferimento (2008-2009) devono mettersi in traiettoria altrimenti resteranno fuori dalle competizioni continentali. Nella lista ci sono anche club italiani, la notizia ha messo in fibrillazione zone a rischio ma non bisogna confondere i debiti con le perdite. Se ci sono situazioni pesanti e se queste possono essere controllate e coperte da immissione di denaro fresco o interventi bancari non ci sono problemi per l’Uefa ma se i debiti crescono e diventano perdite, se cioè non sussistono i presupposti di una copertura finanziaria, se gli azionisti di riferimento non possono più offrire le adeguate garanzie, allora la soluzione è una soltanto: l’esclusione dalle coppe che non sono un obbligo esistenziale ma una facoltà di partecipazione (i presidenti dei nostri club che giocano l’Euroleague continuano a lamentarsi, basterebbe non iscrivere la squadra al torneo e stare zitti).
La grande fuga è un segnale di allarme, un antifurto che accende la sirena ma, come sempre, finirà a tarallucci e vino, a meno che qualcuno non voglia, finalmente, essere coerente con le parole di questi giorni. La storia del football avrà altri protagonisti. Così è dalla sua creazione. Così continuerà a essere.