Quei mendicanti che guadagnano come manager

Venezia, il direttore della Caritas: &quot;Chiedere soldi lungo le vie più battute dai turisti frutta 90mila euro all'anno a testa&quot;. Tutto in mano a un gruppo di stranieri. I vigili: <a href="/a.pic1?ID=265706" target="_blank"><strong>&quot;Ecco i clan dell'elemosina&quot;</strong></a>

A fine giornata, quando il via vai di turisti scema e le comitive di giapponesi lasciano il posto a coppiette abbracciate il barbone si alza. Dopo ore di «lavoro», abbandona stancamente il suo ufficio privato sul primo gradino del ponte di Rialto e si avvia zoppicando verso il Sotoportego. Qui prende a sinistra, imbocca il Parangon; man mano che si allontana dalla Venezia ritratta sulle cartoline la sua andatura si fa meno claudicante. Dopo cinque minuti, quando imbocca sicuro il dedalo di calli ombrose del quartiere San Polo, la sua falcata è ampia e impeccabile. Cammina velocemente per due motivi: dopo ore fermo sul gradino freddo (il cartone su cui si siede alla lunga non difende dall’umidità) un po’ di moto per scaldare le membra non può che fargli del bene; ma, soprattutto, ha fretta di tornare a casa e contare l’incasso della giornata. Che, se non è andata proprio male, dovrebbe superare i cinquecento euro. Cinquecento euro raggranellati moneta su moneta, cent su cent. Ogni tanto, quando si ha la fortuna di beccare un americano, nel piattino può spuntare anche qualche banconota.
Barboni con stipendi da manager, anche 90-100mila euro all’anno. Barboni pedine volontarie di un mercato nero enorme. Succede a Venezia. La denuncia del fenomeno è partita dalla Caritas che per voce del direttore don Dino Pistolato invita tutti dalle pagine del Gazzettino Illustrato a «Non fare più l’elemosina. Dare soldi ai mendicanti spesso significa alimentare un mercato nero gestito da organizzazioni criminali. Piuttosto l’obolo è meglio darlo a quelle realtà di volontariato che si spendono per la tutela dei più deboli. Venezia - continua - è diventata l’albero della cuccagna per chi decide di fare dello stendere la mano un lavoro». Un boccone ghiotto che ha richiamato l’attenzione di clan criminali che si spartiscono il mercato delle offerte smistando, sistemando e gestendo gli accattoni, più o meno finti, più o meno menomati.
Turni e spazi di lavoro ben precisi, un centinaio di persone inquadrate in un affare di dimensioni tali da costringere il comune della Serenissima a decidere di varare a breve un «divieto di mendicità» (ordinanza che prevede la multa ai mendicanti e la confisca del denaro raccolto).
Ma quanti soldi girano nel business dell’elemosina? Tantissimi. «Almeno dieci milioni l’anno - stima don Dino -. Del resto basta fare un semplice calcolo. A Venezia ci sono trenta posti dove chiedere l’elemosina, utilizzati mediamente su tre turni; in tutto novanta persone che ruotano quotidianamente. Con questi numeri si può arrivare anche a un fatturato di 60-70 mila euro nei giorni di maggiore presenza di turisti».
Un fiume di denaro però non certo diviso equamente. Ai chi viene a Venezia per elemosinare - tutti immigrati, non c’è un italiano a pagarlo - i cartelli assicurano vitto e alloggio. Il guadagno per i barboni sta negli spiccioli che avanzano dopo aver pagato l’affitto del marciapiede dove esercitare. «Pagano anche 500 euro al giorno - assicura il religioso - per posti scelti per loro dai vertici. Raccogliere l’elemosina ha una sua redditività ben precisa. E poi ci sono le ricerche di marketing, che portano a scoprire che si sono posti dove rendono di più le donne giovani, oppure un’anziana, o un bimbo, o ancora un uomo sano o uno menomato.
Insomma, l’organizzazione sa che se metterà in quella calle specifica un uomo sano incasserà una cifra, se ne metterà uno zoppo un’altra». E se la natura non ha «graziato» con una menomazione uno dei dipendenti dei clan poco male: basta qualche giorno di pratica per imparare a fingere una zoppia o un tremore incontrollabile delle membra. E così Venezia ogni sera si trasforma nella Corte dei Miracoli a cielo aperto più grande del mondo: vecchiette ingobbite si trasformano in stupende ventenni, visi doloranti riacquistano una bella cera, ferite marcescenti scompaiono con un colpo di spugna, ciechi iniziano a correre.
Ma chi sono questi miracolati quotidiani? «Per lo più romeni, ma ci sono anche serbi, albanesi, qualche bulgaro. Vengono qui richiamati da amici o parenti già inseriti nell’organizzazione. Poi il più delle volte tornano nei loro Paesi, con qualche soldo in tasca». Ma non si preoccupino i veneziani, non stanno per essere invasi da ondate di mendicanti; le regole di mercato valgono a tutto tondo: «Non possiamo avere troppa offerta - assicura don Dino -. Una volta riempiti i novanta posti, i clan bloccano ulteriori ingressi».