Quei milioni Ue al sottosegretario per i bachi da seta fantasma

I pm: il ds Bubbico ottenne i fondi per il suo consorzio ma non produsse mai nulla

nostro inviato a Matera

Ne è passato di tempo da quando Hsi-ling-shi, consorte tredicenne dell'antico imperatore cinese Huang Ti, intuì che dalla raccolta e dalla lavorazione del bozzolo si poteva ricavare un filamento per tessuti meravigliosi. Qualche secolo più tardi, la Via della seta ha preso altre strade, da Pechino si è inerpicata tra Oriente e Occidente lungo tortuose carovaniere ed è sfociata tra i sassi del materano per fermarsi a Montescaglioso, località nota agli storici per aver dato i natali a Filippo Bubbico, già consigliere comunale del paesello, già assessore alla Sanità in quota Pci-Pds, già presidente della regione Basilicata, già senatore Ds, attualmente in carica come sottosegretario al ministero per lo Sviluppo economico.
Proprio per una questione di bruchi, di filati e larve che sulla carta si sarebbero dovuti trasformare in tessile prezioso, il braccio destro di Pierluigi Bersani si ritrova adesso nei guai per una vicenda di finanziamenti (20 miliardi di vecchie lire) elargiti dall'Unione europea per la realizzazione di allevamenti di bachi da seta che non hanno mai visto la luce.
Per capire in quale guaio si è cacciato l'esponente ds - peraltro indagato per abuso d'ufficio e truffa dalla procura di Catanzaro in altre inchieste sulla sanità e sul progetto del maxivillaggio turistico Marinagri - occorre necessariamente partire dalle origini. Da quando cioè il lungimirante Bubbico pensa di fare di Montescaglioso il crocevia commerciale dell'utopistica Basilicata Felix. Il progetto è ambizioso, tranne i radicali nessuno protesta poiché tutti fremono, opposizione compresa, per la nuova avventura che viene affidata a due consorzi: il «Csb - Consorzio Seta Basilicata», diretto dal diretto interessato, appunto Filippo Bubbico da Montescaglioso, e il «Csi-Consorzio Seta Italia» presieduto da un misterioso concittadino, quasi omonimo, di cui si trova riscontro nelle visure camerali ma che in paese nessuno conosce: Filippo Bibbibo. Curiosità: entrambi i consorzi per anni non presenteranno bilanci. D'accordo con altri aspiranti mercanti della seta, l'astro nascente della politica lucana decide di convogliare nel progetto di bachicoltura persone a lui familiarmente vicine o amicalmente care. Finanche per gli studi di progettazione e di sericoltura, con apposite consulenze ben remunerate (dalla Ue) il Consorzio della Basilica gestito da Bubbico si affida a persone fidatissime rintracciate nello «Studio Tecnico Architetti Bubbico» che incassa il 70 per cento dei 90 milioni pagati per il lavoro dell'agronomo. Gli amici sono amici anche nel Consorzio Seta Italia laddove Bubbico, pardon Bibbibo (poi si scoprirà che sono la stessa persona) premia la Cooperativa di agronomi napoletani Geproter di cui è presidente un certo Andrea Freschi (nipote di un certo Antonio Sassolino) ex impiegato al dipartimento dell'Agricoltura diventato commissario ai rifiuti - come lo fu lo zio governatore per la Campania - in un'azienda denominata Aato. Per stuzzicare la sonnecchiante magistratura lucana, il giornale locale «il Resto» un bel giorno scopre che presso lo studio premiato dalla Csb erano soci, in qualità di architetti, proprio il futuro sottosegretario e suo fratello che rigiravano a consulenti esterni - per come la racconta la gola profonda Rocco Nobile - i progetti da sviluppare. Peccato che a fronte dei quattrini pubblici erogati nessuna struttura «collaudata» abbia mai prodotto anche un solo capo in seta. Niente. Eppure tra le carte sequestrate spiccano fatture per diversi compensi, il più illuminante dei quali di 83 milioni e rotte lire per un «Progetto esecutivo per la realizzazione di strutture d'allevamento del baco da seta, Reg. Cee n° 2052/88 Ob1 - Programma Op. Multireg./ sottoprogramma 4 misura 1», saldato in 7 tranche. Rispetto al totale di 20 miliardi di lire, se un quarto sono finiti in Basilicata, ben 600 milioni hanno avuto come destinatari il padre e il suocero del sottosegretario.
Tra le ipotesi investigative si lavorava a tappeto sulla presunta «dazione» intascata da Bubbico e calcolata intorno al 75% su ogni incarico affidato agli agronomi. Due giorni fa i carabinieri hanno saputo da Nobile che la «dazione» sarebbe da considerarsi più alta, perché ci sarebbero state elargizioni in nero del 15 per cento. «Pagavo perché speravo in altri incarichi e perché quello era l'unico modo per lavorare» ha detto l'esperto ribadendo quanto già raccontato (invano) anni fa ai pm di Matera. E Bubbico, o Bibbibo che dir si voglia? Non è entrato nel merito delle contestazioni, non ha spiegato l'omonimia, le parentele, la mancata produzione tessile. Si è difeso spiegando come il faraonico progetto-seta l'ha visto impegnato in una «dimensione privata» e non politica. Il distinguo, all'Unione europea, glielo spiega Bibbibo?
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it