Quei moralismi così lontani dalla moralità

Francesco Cossiga

Ho letto con fastidio, ma anche con timore pensando al potere di cui potrà essere investito in un possibile governo presieduto dal suo «mentore» Romano Prodi, l'intervista concessa da Arturo Parisi su un noto quotidiano della capitale lombarda. Moralisti laici e cristiani, da De la Rochefoucould a Montaigne, da Alfonso de' Liguori a Jacques Maritain, e grandi personaggi della storia dal Cardinale Richelieu al Cardinale Mazzarino, per giungere ai giorni nostri al grande filosofo italiano Benedetto Croce, hanno molto saggiamente sottolineato la differenza tra moralità e «moralismo» e denunciato il pericolo di quest'ultimo per la vita politica e per la vita civile e sociale in generale.
E così dobbiamo vedere apparire in una nuova veste il buon Arturo, prima inventore e quindi affossatore del «referendismo» e del suo campione politico, il comune e ingenuo amico Mario Segni, e poi inventore ad usum Romani di una nuova cultura politica: l'«ulivismo», che dovrebbe sostituire le tradizionali culture democratiche: conservatrice democratica, liberale, cristiano-democratica, socialista, con l'arricchimento sul piano teorico della concreta esperienza d'azione ad essa portato dall'adesione ai principi della democrazia occidentale del comunismo nazionale ed europeo di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.
E la veste in cui rabbiosamente, come da qualche tempo si manifesta e me ne duole è quella insopportabile del moralista, aggravata dalla sua essenza di cattolico integralista, anche se di supposta sinistra e quindi bigotto, che vuole essere un seguace di «Pippo» Dossetti, ma senza la sua erudizione e la sua indubitabile santità, e la cosa non deve meravigliare perché anche Pio IX fu un reazionario, nemico delle moderne libertà e fino in fondo della Nazione e Unità italiana, antisemita come era allora di moda nella Chiesa, ma santo e per questo anche se con mio dolore, meraviglia ed incomprensione, ma con obbedienza, proclamato beato da un Papa santo quale indubbiamente fu e sarà proclamato Papa Giovanni Paolo II.
E così Arturo solleva una «nuova questione morale»? E quale? L'accordo d'affari tra i miei due amici e solo soci d'affari, purtroppo non miei, Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi? E perché mai? Certamente se il suo «patron» fosse stato ancora consulente ben pagato della Goldmann & Sachs l'avrebbe consigliato. Questione morale la nomina dell'onesto e sereno Petruccioli, giovane comunista vero e di nascita modesta, a presidente della Rai! E come Arturo si permette di insinuare che è una «nomina di scambio» con l'acquisizione non so di quali partite di calcio da parte di Mediaset?
Ma lo sanno tutti che Prodi ha promesso la nomina a direttore generale a un valoroso giornalista, a cui fra l'altro un giorno ho fatto perdere il posto perché volle mandare in onda una nostra «tavola rotonda» contro la Bicamerale, e che s'indignerebbe giustamente se qualcuno alludesse al fatto che i congiunti dello stesso hanno fortissimi interessi nella produzione della Rai. E il nostro moralista va poi all'attacco della scalata dell'Unipol alla Bnl che, come mi auguro, riuscirà a portare al risanamento e al rilancio della banca. E questo perché l'Unipol è una grande società d'assicurazioni nata dalle «cooperative rosse» e di proprietà delle stesse, guidata da un gran manager galantuomo, e non dei suoi amici. Ed ecco l'appello alla «supplenza della magistratura»: bel liberale! Ma io credevo che a Prodi fosse rimasto l'incubo del «tintinnio delle chiavi» della cella in cui non fu buttato - altri non conoscono il perché, ma io e Di Pietro sì - nonostante altri presidenti dell'Iri o dell'Enel ci siano stati buttati dentro. Non c'è proprio bisogno di tentare d'ingraziarsi i magistrati ora, perché anche se vince l'Ulivo grazie a Bertinotti, D'Alema e Rutelli «mani pulite» non tornerà e allora l'istruttoria per il caso Parmalat sarà già chiusa.