Quei morti al posto di noi tutti

Alle 19.58 un uomo di sessant'anni siede nella sua casa mentre in un altro punto della casa un bambino di sette anni dice alla mamma che non ha voglia di uscire perché deve finire la sua partita alla playstation. Alle 19.58 un giovanotto di 28 anni, albanese, passa davanti a quella casa. Sta fischiettando? Sta pensando alla sua fidanzata? È arrabbiato con qualcuno?
Non lo sapremo mai. E non sapremo mai se qual bambino di sette anni sarebbe diventato dottore, operaio, impiegato, ladro. Non sapremo mai nemmeno se aveva migliorato il punteggio in quel gioco della playstation. E i sentimenti di quell'uomo di 60 anni, anzi 61, i sentimenti di quel momento, alle 19.58, chi li potrà conoscere? Quali pensieri gli passavano per la testa? Nessuno dirà più a quel bambino: «Bravo, hai fatto il record», oppure «Piantala con quei giochi, che ti rimbecilliscono». D'un tratto tutte queste cose diventano importanti, fondamentali. Perché costituivano la vita di quelle persone, un uomo di 61 anni di nome Tommaso Giancola, un passante di 28, di nome Ilir Yanku, un bambino di 7 anni (porca miseria!) di nome Francesco Orlandi.
Allora i casi sono due: o nell'ultimo giorno noi sapremo com'era finita quella partita di Francesco alla playstation e la canzone che (forse) Ilir fischiettava passando di lì, o possiamo andare tutti alla malora. O sapremo che fine ha fatto ogni singolo petalo di fiore, oppure che c'importerà di chi ha vinto e chi ha perso? Dico questo perché alle 19.59 - ossia un minuto dopo quel normalissimo minuto - quella casa non esisteva più. E perché la morte di Francesco, Ilir e Tommaso sarebbero la cosa più insensata dell'universo, se non potessimo sapere tutto, e riavere tutto. Perché a quell'ora una donna, una povera donna di cinquant'anni, di nome Esmeralda, Spolcini Esmeralda, decideva - così dicono - di farla finita con un tempo vuoto, così le appariva (sembra) la sua vita, un tempo pieno di cose brutte che le prometteva, per il futuro, altre cose brutte. Boh.
L'ha fatto col gas, in casa sua. E ha portato con sé altre tre persone che non avevano nessuna intenzione di intraprendere quel viaggio. I suicidi sono un club, lo sapete? Chi si vuole suicidare di solito deve imparare come si fa, perché non è facile. Esistono siti internet dedicati al suicidio, con pedantesche istruzioni per l'uso di corda, pistola, gas, cornicione, finestra, lametta, pastiglie. Niente è a caso. A uccidersi si impara. E nessuno ti insegna ad accendere il gas in casa tua, a morire così. Si sa che potresti ammazzare altra gente, è già successo. Ma forse Esmeralda non voleva morire. Magari voleva soltanto attirare l'attenzione di una certa persona, sperando che questa persona, all'ultimo momento, la salvasse, e invece questa persona non è arrivata. Aspettava la salvezza, come noi tutti. Come gli altri tre, che non avevano nessuna voglia di morire.
Ilir, è a te che penso, soprattutto. Perché abito a trecento metri da via Lomellina, e al tuo posto potevo esserci io. In un certo senso, sei morto al mio posto, al posto di tutti. Adesso conoscete la salvezza che non volevate così presto. Comunque, adesso la conoscete. Lo dico per me, non solo per voi. È la sola cosa interessante. Se no che viviamo a fare?