QUEI MOSTRI IN LOCANDINA

A mio parere, fare i giornalisti comporta dei doveri. Per esempio, quello di dire tutte le verità, anche le più scomode, anche quelle che rischiano di fare male a chi legge. Edulcorare sempre i fatti, dire e non dire, cercare di vendere ai lettori cose false pur di compiacerli, è il peggior modo di fare i giornalisti. Si fa male alla verità, all’intelligenza di chi legge e all’intelligenza di chi scrive. Quando c’è.
Un altro limite deontologico, che in questo Giornale è imprescindibile, è quello di maneggiare con cura la cronaca nera. Anche a costo di fare delle scelte che possono spiazzare chi non ha la stessa sensibilità. Ricordate la storia del maniaco dell’ascensore? Noi l’abbiamo raccontata, certo. Ma con misura. Il minimo indispensabile, a volte anche meno del minimo indispensabile. Invece bastava andare fuori dalle edicole e guardare le locandine per trovare ogni giorno titoloni a caratteri cubitali sul maniaco e sui giornali pagine e pagine dedicate alle aggressioni. Che si moltiplicavano. Poi, finite le locandine e le pagine, è sparito (almeno per il momento) anche il maniaco. Cosa significa? Che, probabilmente, il maniaco c’era ed era un problema serio e reale. Ma che i media - amplificandone le gesta - hanno creato un effetto emulazione che ha moltiplicato aggressioni e maniaci. Una storia analoga a quella dei lanciatori di sassi dell’autostrada.
Altro esempio. Nei giorni scorsi, sulle pagine dei quotidiani genovesi, ad eccezione del nostro, si è raccontata per filo e per segno la morte di un dentista in piazza della Vittoria. E la vittima è diventato un mostro da locandina «ucciso da viagra e cocaina». Solita storia, per due giorni, domenica e lunedì: titoli cubitali, richiami della notizia in prima pagina, in qualche caso addirittura nome e cognome e fotografie. Del resto, c’erano tutti gli ingredienti: la droga, il sesso con un’entraineuse, il precedente di Calissano, perfetto per un boxino a lato. Poi, martedì, l’errata corrige, nelle pagine periferiche dei giornali, negli spazi riservati alle brevi di cronaca: «L’autopsia ha certificato che non è stata la droga, solo una concausa, ma un infarto a uccidere il dentista. Il cuore era già malandato e l’aumento della pressione e del battito hanno portato all’infarto».
La cronaca nera va maneggiata a piccolissime dosi e con estrema cura. Noi cerchiamo di farlo sempre. Perchè abbiamo rispetto per la vita. E per la morte. Per ogni morte.