Quei nemici del bipolarismo dietro l’alibi del referendum

Il dialogo sulla legge elettorale e sul referendum ha qualcosa di surreale. Per unanime opinione o quasi (un’eccezione, ad esempio, è rappresentata da Franco Bassanini che prima ha presentato con Segni e Guzzetta i quesiti e poi ne ha preso le distanze, come a dire che non condivide neanche ciò che fa o la sua stessa opinione) si ammette che il referendum va nella direzione giusta, che è quella della stabilità e del bipolarismo, e dunque migliora l’attuale situazione. Se tanto ci dà tanto allora, ciò che va fatto è già chiaro in partenza: il referendum è la base dalla quale partire per avere un buon dialogo, sotto l’alto auspicio e patrocinio del presidente della Repubblica, e migliorare ancor di più la nuova legge elettorale prossima ventura. Invece, che cosa sta accadendo? L’esatto opposto. C’è chi non nasconde di voler utilizzare il dialogo istituzionale, ad esempio il ministro delle Riforme Vannino Chiti e il nostalgico centrista Casini dell’Udc, per proporre cose che con la legge elettorale che verrebbe fuori dal voto referendario c’entrano come il cavolo a merenda. C’è chi blatera di doppio turno e chi vorrebbe cancellare il premio di maggioranza: ipotesi campate in aria perché non previste dal referendum che gli italiani (ecco il vero punto della questione) voteranno con convinzione perché rafforza il sistema bipolare dando maggiore forza ai partiti che delle coalizioni sono il cuore.
Si sente dire in giro che gli italiani si sarebbero stufati del sistema bipolare e vorrebbero ritornare indietro perché, tutto sommato, si stava meglio quando si stava peggio. Ma davvero gli italiani hanno nostalgia (come ce l’ha Casini, per intenderci) del sistema primorepubblicano in cui gli elettori erano chiamati a votare solo i partiti e dopo, e solo dopo il voto, i partiti decidevano governo e programma? Davvero hanno nostalgia di un tempo in cui i governi erano fatti e disfatti in Parlamento e duravano nove mesi e nessuno mai si assumeva la responsabilità dei gran casini consociativi? Davvero gli italiani rimpiangono quel tempo andato in cui non decidevano nulla e non potevano cambiare con il loro voto (come invece avviene oggi) governo e governanti? È solo una leggenda metropolitana perché, in realtà, i desideri politici degli italiani non riguardano il passato, ma il futuro: non vogliono fare due passi indietro, ma uno in avanti per completare questa infinita transizione tra una Prima Repubblica che non muore e una Seconda che non nasce. Di questa transizione, la legge elettorale è la parte più importante, decisiva, perché da qui dipende anche la riforma della forma di governo.
Ogni riforma della legge elettorale non può non partire da questo presupposto: conservare lo spirito della democrazia dell’alternanza. Ecco perché sul punto preciso del referendum non c’è intesa che tenga: o il dialogo istituzionale tra governo e opposizione fa suo il risultato referendario e lo migliora nel senso dello spirito bipolare o il dialogo è solo un cavallo di Troia che porta nella sua pancia i nemici del referendum che vogliono bruciare la casa della democrazia dell’alternanza. La verità è talmente semplice da essere scandalosa: al momento il referendum è migliore del dialogo e inguaia il governo che si basa su una maggioranza (si fa per dire) che non digerisce il referendum.
desiderio2006@alice.it