QUEI NEMICI DELLA PORTA ACCANTO

La Francia si allontana dall’Europa a grandi passi, all’indietro. Alla bocciatura della Costituzione dell’Unione, votata dai cittadini francesi e olandesi, è seguita ieri la decisione del governo di Parigi di sospendere l’applicazione del trattato di Schengen. Un segnale allarmante: l’Europa che aveva eliminato le divisioni confinarie interne tende, pare, a scomporsi visibilmente nei vecchi Stati nazionali, con ostentazione di guardie di frontiera. In nome della sicurezza, ovvero della paura che il terrorismo islamico sta seminando nell’Occidente confuso e disunito. Ieri, per qualche ora, si era diffusa la notizia che anche all’Aja si fosse adottata un’analoga misura, ma poi il governo olandese ha smentito.
Sarkozy, il ministro dell’Interno di Parigi, descritto come uomo deciso, ha annunciato che la Francia farà da sé, rivelando tutta la sua sfiducia negli altri Paesi dell’Unione che aderiscono a Schengen. Il ministro avrà i suoi motivi, oppure si conferma che il timore eccessivo è sempre un cattivo consigliere.
Il ritorno al passato rafforzerà la sicurezza della Francia, o servirà soltanto a minare ulteriormente le fondamenta della casa comune?
Possiamo fare qualche paragone. Il governo di Londra non ha mai aderito al trattato di Schengen e ha mantenuto il controllo delle sue frontiere, ma questo non ha evitato il sanguinoso attacco di una settimana fa. I terroristi non si sono infiltrati dall’esterno, erano in casa, protetti dal passaporto britannico, mimetizzati, indottrinati, riforniti dal ventre sconosciuto del Londonistan.
In Olanda il regista Van Gogh non è stato assassinato da un terrorista giunto da lontano, ma da un cittadino olandese di origine algerina.
La Francia, come tanti altri Paesi del Vecchio Mondo ha una situazione più o meno identica. Gli organismi d’intelligence degli Stati Uniti hanno reso nota un’analisi allarmante, nella quale dicono di non temere tanto i musulmani d’America, quasi tutti integrati secondo la cultura e il sogno del «melting pot», quanto i musulmani «cresciuti in casa» nei Paesi europei, non integrati, esposti ai richiami del radicalismo jihadista.
Ad ogni modo, il problema non è tecnico, è squisitamente politico. Ogni Stato è ancora libero di adottare le misure che ritiene più giuste e necessarie per la propria sicurezza, ma il governo di un Paese che è stato fra i promotori dell’Unione ha il dovere di discutere certe questioni con gli alleati, si potrebbe dire con i fratelli se l’evoluzione della politica non ricoprisse di polvere tossica le stanze vuote della retorica europeista. La Francia con la piccola grandeur di Sarkozy spacca, ancora una volta, l’Europa. È stata in prima linea nel rompere l’unità occidentale e interatlantica in occasione della risposta americana al groviglio irakeno delle solidarietà terroristiche, prosegue sulla stessa linea e non si comprende se ci sia un disegno di egoismo nazionale o soltanto la volontà di chiamarsi, in qualche modo, fuori. Dopo aver tanto criticato l’unilateralismo Usa, Parigi scarta unilateralmente.
È questa la Francia alla quale, secondo il centrosinistra, ci saremmo dovuti allineare nella nostra politica estera? Fosse stato il governo italiano a muoversi così non sarebbero bastate né quarantene né penitenze a redimerci.
La lotta al terrorismo, naturalmente, continua e tutti i governi assicureranno di volersi impegnare al massimo e di comune accordo. Ma la verità è che l’Europa non cresce, non riesce ad avere una voce sola, è costretta a tentare di decifrare il futuro complesso con la visione frammentata offerta dalle piccole finestre nazionali.