Quei nipotini degli anni di piombo che sognano stragi come a Nassirya

nostro inviato a Padova
Se ne sono rimasti zitti fino a ieri, poi sono usciti allo scoperto. Con volantini distribuiti davanti alla sede dove si stava svolgendo il direttivo nazionale straordinario della Fiom-Cgil, intitolati «È iniziata la caccia alle streghe»; e sul sito internet, con un lungo proclama che precisa «Siamo comunisti non siamo terroristi». Il Gramigna, centro popolare occupato (Cpo) tra i cui fondatori c’era Claudio Latino e che veniva frequentato dagli altri padovani arrestati lunedì per banda armata, ha rialzato la testa, per niente intimorito dall’offensiva delle forze dell’ordine.
Ancora Padova, ancora il Nordest. Sono lontani i tempi di Sociologia a Trento con Renato Curcio e Mara Cagol, e anche quelli della colonna veneta delle Brigate rosse che rapì il generale Dozier e ammazzò l’ingegner Taliercio. Molto meno lontana è l’epoca dei «cattivi maestri» e del processo «7 aprile». Come ha riconosciuto ieri anche il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, «la questione del terrorismo non è affatto risolta, sembra riprodursi senza fine». «Dobbiamo prendere atto che si è attivata una nuova linea di reclutamento - ha aggiunto il numero uno dei metalmeccanici della Cgil dove militavano otto dei 15 fermati -. C’è stata una forza di riorganizzazione più estesa di dove sono arrivate le indagini, altrimenti non si spiega l’attentato sotto la casa di un dirigente della Digos e quanto avviene qui attorno».
I documenti del Gramigna sembrano volantini di rivendicazione. «Terrorista è lo Stato della reazione, non i compagni che lottano per la rivoluzione. Libertà ai compagni arrestati», scrivono. E ancora: «Il vero terrorismo è costruire basi di guerra, terrorista è chi ha sganciato le bombe sulla popolazione della ex Jugoslavia e che oggi reprime e sfrutta dall’Afghanistan all’Iraq». Il loro ideale è «uno stato socialista, senza classi né sfruttamento». Gli arrestati «sono avanguardie operaie nel loro posto di lavoro, impegnate quotidianamente contro l’arroganza padronale, le morti bianche, la precarietà incessante dei posti di lavoro». L’invito «ai singoli compagni, ai sinceri antimperialisti, ai lavoratori coscienti e al movimento di classe italiano» è quello «di stringersi attorno ai compagni arrestati e indagati, di portare la solidarietà sotto ogni forma per far fallire questa ennesima provocazione e rispedire al mittente il tentativo di isolamento».
Il centro Gramigna, che ha scelto come simbolo «l’erba cattiva che non muore mai», ha le sue radici proprio nella sinistra antagonista che si frammentò dopo il maxi-processo «7 aprile» contro Toni Negri e Autonomia operaia. La parte maggioritaria di quel movimento scelse la strada delle tute bianche, dei collettivi no global, dei disobbedienti, e ora fa capo al centro sociale Pedro di Luca Casarini e Max Gallob. Il centro popolare occupato Gramigna invece ha radunato l’ala più radicale e anarcoide. È il laboratorio di altri maestri, il ritrovo di studenti e operai irriducibili, un catalizzatore poco controllabile, senza capi né portavoce riconosciuti. Le scritte sui muri di Vigonza o il fuoco sotto la casa del dirigente Digos potrebbero essere state pianificate in gruppo, così come attuate da militanti isolati.
Tra il Pedro e il Gramigna non corre buon sangue, spesso sono volati i pugni tra gli attivisti dei due centri. Il Cpo è piuttosto incline alle azioni violente: suoi militanti hanno aggredito l’eurodeputato leghista Mario Borghezio dopo una manifestazione contro la Tav e hanno incendiato i fantocci di soldati inneggiando a «10, 100, 1000 Nassirya». In vent’anni di vita hanno collezionato 13 sfratti dalle sedi occupate abusivamente. L’attuale, l’ex scuola Vecellio nella periferica via Retrone sulla cui facciata è dipinto un gigantesco Che Guevara, appartiene al Comune.