Quei nostalgici del patto che rovinò l’Italia intera

Scalfari rimpiange il compromesso storico. Scordando che stritolò il ceto medio e gonfiò il deficit

Nel suo editoriale di ieri, su Repubblica, Eugenio Scalfari manifesta di rimpiangere il «compromesso storico». Ovvero l’accordo fra Aldo Moro e Enrico Berlinguer, fra democristiani e comunisti, che negli anni Settanta segnò una svolta nella vita politica italiana. È fin troppo facile capire che la nostalgia scalfariana è - piuttosto che un ricordo del passato - un appello al presente: ovvero un invito a Casini e a Bersani perché - mutatis mutandis - ripetano l’operazione. Sarà bene ricordare, dunque e anzitutto, che quell’alleanza non sanò affatto l’antico conflitto italiano fra guelfi e ghibellini, ma lo aggravò rendendolo più confuso: divenne uno scontro tra guelfi-ghibellini e ghibellini-guelfi che aveva la metastasi, e non la soluzione, nella figura dei cattocomunisti.
Andò anche peggio dal punto di vista socioeconomico, perché il compromesso storico provocò danni che stiamo ancora pagando. Le tasse aumentarono paurosamente, soprattutto per costruire quello Stato assistenziale che era il figlio naturale del compromesso storico.

Democristiani e comunisti, con l’aiuto dei socialisti, aumentarono il debito pubblico a dismisura per migliorare le «prestazioni sociali». In parte ci riuscirono, ma l’aumento della spesa pubblica accrebbe il deficit, il deficit aumentò il prelievo fiscale, che a sua volta diminuì l’iniziativa privata. Risultato, nuova disoccupazione, inflazione, povertà.

Molti cattolici consideravano, in buona fede, che soltanto le sinistre avessero gli strumenti per interpretare e migliorare la società e l’economia; per alcuni - incredibilmente - è ancora così anche dopo la fine del marxismo al potere e dopo che Giovanni Paolo II - nell’enciclica Centesimus annus, del 1991 - scrisse: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese».

Non è difficile ripescare su internet un articolo di Massimo Fini (certo non tacciabile di filoberlusconismo) del 1997. Si intitola «L’Irap? È figlia del compromesso storico», e commenta l’istituzione di quella tassa sciaguarata voluta dall’allora ministro di sinistra Vincenzo Visco nel governo del cattolico Romano Prodi. L’articolo di Fini merita una lunga citazione: «Se si coniuga la revisione delle aliquote Irpef con la nuova tassa regionale, l’Irap, che macina le piccole e medie imprese e salva le grandi, si capisce benissimo a quale criterio risponde la riforma di Visco. Si tratta della vecchia, consolidata saldatura fra gli interessi del grande capitale e quelli della classe operaia-impiegatizia che è in atto dagli anni Settanta, dall’epoca del “compromesso storico” pro Dc e Pci, e di cui si fece pronubo, nient’affatto innocente, Eugenio Scalfari chiamandola “alleanza dei produttori” (come se gli artigiani, gli agricoltori, i professionisti, i commercianti, i piccoli imprenditori e i loro operai fossero dei parassiti).

È da più di un quarto di secolo che quest’alleanza, per niente santa, stritola fra le sue tenaglie il ceto medio, quello autonomo in particolare. E nonostante la rivolta del ’92-’94 sia stata portata avanti proprio dal ceto medio (mentre il grande capitale e il sindacato facevano resistenza) nulla è cambiato sotto i ponti».
Fini conclude, e ricordo che siamo nel 1997, che ci sarebbero quindi «tutti i motivi per votare a destra», se in Italia la destra «avesse un aspetto un po’ meno galeotto»: ma questo è un altro discorso.
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