Quei Paesi sotto la dittatura sovietica

Esce in Italia il secondo «Libro nero del comunismo» curato dallo storico Stéphane Courtois

Quando uscì in Francia nel 1997, Il libro nero del comunismo - l’opera collettiva pubblicata sotto la direzione di Stéphane Courtois - provocò un terremoto storico, politico ed editoriale a destra e a sinistra: vendette oltre 200mila copie in solo quattro mesi e scatenò una corsa alla traduzione da parte dei maggiori editori in tutto il mondo. In Italia fu pubblicato l’anno dopo da Mondadori, quando già si era avviato un acceso dibattito internazionale a cui seguirono accese polemiche. Il poderoso e controverso volume (si parlò di un libro «eretico»), provocò un effetto travolgente non solo per le denunce di un comunismo aberrante di cui per altro erano già state pubblicate opere meritorie nelle quali i crimini comunisti erano stati denunciati; quello che colpì maggiormente fu la concentrazione in un sola opera del «Grande male» perpetrato all’insegna della falce e del martello a tutte le latitudini (con le debite differenze e sfumature): dall’Urss all’Europa alla Cina, e poi Corea del Nord, Vietnam, Laos, Cambogia, Cuba, Afghanistan e, non ultimo, un comunismo dai «riflessi» africani. Per la prima volta si era materializzata la cifra dell’orrore: 85 milioni di vittime che pesavano come macigni e costringevano gli estimatori di tutti le fedi comuniste a guardare in faccia la verità: stalinisti, ex stalinisti, neostalinisti, leninisti, trotzkisti, maoisti, che-guevaristi, idealisti «incolpevoli», moderati, seguaci delle amnesie organizzate, negazionisti inclusi.
Oggi una nuova opera collettiva, sempre sotto la direzione di Courtois - Il libro nero del comunismo europeo (Mondadori, pagg. 560, euro 22) -, completa un lavoro di analisi iniziato cinque anni fa per approfondire i crimini comunisti in Europa, trascurati o sottovalutati nel volume precedente. Si aggiungono così nuovi capitoli che vanno dalla Bulgaria ai Paesi baltici, dove in questi ultimi il comunismo condusse una politica di colonizzazione e russificazione particolarmente violenta. Soprattutto in Estonia. L’obiettivo era fare di questi tre popoli delle minoranze nel loro stesso territorio usando il terrore e la politica del genocidio. Capitoli interi sono dedicati al sistema repressivo in Romania, alle vittime greche del comunismo, ma anche alla Germania, alla Francia e non ultima l’Italia, dove oltre a qualche riferimento alle foibe, al Pci (più democratico e tollerante rispetto a quello in altri Paesi) e al dopoguerra, Palmiro Togliatti - per altro relegato in poche pagine in fondo al volume - viene radiografato da Philippe Baillet, italianista e traduttore di Julius Evola, che si avvale degli studi dei maggiori studiosi italiani, da De Felice ad Aldo Agosti a Massimo Salvadori. Tra un virgolettato e l’altro, esce il ritratto di un Togliatti che a soli 26 anni appare «freddo, riservato, calcolatore, indubbiamente cinico, un vero leninista», ma anche un alto dirigente del Comintern che «ratificò la condanna a morte, quasi certamente già eseguita, di decine di dirigenti del Kpp (il Pc polacco che il Presidium del Ic decise di sciogliere, ndr)».
L’opera si apre con un lungo capitolo di Courtois che affronta, tra l’altro, la morte del sistema, il negazionismo in versione comunista, la gloriosa memoria del comunismo nell’Europa occidentale e quella decisamente ingloriosa nei Paesi dell’Est. Tra i vari studiosi che intervengono, Joachim Gauck, direttore della commissione incaricata, nella Germania riunificata, del controllo degli archivi della Stasi (la polizia politica della Ddr) e Alexandr Jakovlev, ex membro del Politburo, leader della corrente dei riformatori e inventore della parola «perestrojka».
Al di là di qualche ovvia lacuna che un così ampio lavoro comporta, Il libro nero del comunismo europeo non va letto come l’opera omnia di tutta la sofferenza di un Secolo assai poco «breve», ma piuttosto come la testimonianza di una pagina vergognosa della nostra storia. m.gersony@tin.it