Quei pedofili troppo garantiti

Siamo rassegnati a una più o meno grande divaricazione tra la legge e il buon senso comune. «Summum ius, summa iniuria» recita l’antica massima, e non si può che essere d’accordo. Un padre che aveva tenuto legato al letto il figlio drogato nel tentativo di disintossicarlo è stato condannato a sei mesi di reclusione per sequestro di persona: e chiunque capisce quanto la formulazione del reato sia lontana dalle vere connotazioni d’una vicenda così tragica e così disperata. Accade - soprattutto nelle vertenze riguardanti il pubblico impiego - che la realtà superi le più sfrenate fantasie del nonsenso, del paradosso, e diciamo pure dell’orrido.
A un professore di musica, tale M.F., che insegnava - e purtroppo insegna - a Gressoney in Val d’Aosta, sono stati inflitti in primo grado due anni di carcere, con la condizionale, per avere diffuso e divulgato, direttamente dal computer della scuola, foto e video di carattere pedopornografico. L’assessorato all’istruzione della Valle l’aveva sospeso cautelativamente dall’incarico: ma il prof, ritenendosi vittima d’una misura vessatoria, ha preteso di riavere la sua cattedra. Non s’accontentava d’un posto in una biblioteca o in un museo. Se ne andrà solo se avrà una promozione - ancora i saggi latini, con il loro «promoveatur ut amoveatur» - ossia se diventerà direttore didattico da qualche parte. Nell’attesa ammaestra gli adolescenti, speriamo senza ricorrere all’ausilio del computer.
Per tornare al rilievo iniziale. Se a milioni d’italiani fosse stato sottoposto questo «caso», e chiesto quale misura bisognasse prendere, la risposta si sarebbe alzata come un rombo di tuono: M.F. fuori dalla scuola. La gente comune supponeva inoltre, nella sua ingenuità, che il professore coinvolto in una così oscura faccenda si mettesse da parte. Macché. Facendosi forte di norme, regolamenti, interpretazioni che avvolgono il dipendente pubblico d’una blindatura a prova di bomba H, il professore ha fatto la voce grossa. Non è il primo a comportarsi così, in una situazione di questo genere. Viene ricordata, tra le altre, la storiaccia d’un ufficiale della Guardia di finanza il quale, dopo aver patteggiato una condanna per corruzione, sostenne che il patteggiamento non equivale a riconoscimento di colpa, e chiese di rientrare in servizio. I sacerdoti del cavillo gli diedero perfino ragione.
Prevedo, per quanto riguarda il professore di musica, l’obbiezione solenne. Per l’articolo 27 della Costituzione, comma secondo, «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva», e dunque M.F. deve essere ritenuto, nell’attesa che appello e Cassazione dicano la loro, un cittadino integerrimo e un docente rispettabile. Se ne riparlerà dunque - se per lui la giustizia non si muoverà con la velocità lodevolmente dimostrata per la tragedia della Thyssen - quando per il prof sarà imminente il pensionamento.
Non sono un oltranzista del garantismo. Rispetto anch’io la presunzione d’innocenza che in verità è, per il dettato della Magna Charta repubblicana, una presunzione di non colpevolezza (oso inoltrarmi sul terreno del diritto, e affrontare i rimbrotti di avvocati e magistrati, affermando che la differenza è sottile, ma esiste). La presunzione di non colpevolezza è un principio nobile e anche prezioso, a patto che non si esageri. Ceffi pluricondannati fanno affidamento solo su rinvii e prescrizioni, non su una innocenza che non sanno nemmeno cosa sia. Ho la convinzione - ma anche qui invado i santuari degli addetti ai lavori - che la presunzione di non colpevolezza sia pienamente valida nelle giustizie anglosassoni dove la condanna di primo grado, pronunciata da una giuria, è già definitiva, gli appelli sono in salita, e dunque il limbo d’una teorica innocenza dura poco. Se, come da noi, dura anni, o lustri, o generazioni, si presume troppo, e troppo a lungo. Ma forse ho torto, e ha ragione il professore.
Mario Cervi